Il Messaggero cristiano





Temete Dio, onorate tutti


ALESSIO PANCANI
·VENERDÌ 27 NOVEMBRE 2020·

A volte si sente dire che siamo tutti figli di Dio, ma non è esatto. Siamo tutti creature di Dio, ma per essere considerati suoi figli c’è da fare un passo importante: accettare Gesù come proprio Salvatore. L’evangelista Giovanni scrive che Gesù “è venuto in casa sua e i suoi non l’hanno ricevuto; ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto Egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio: a quelli, cioè, che credono nel suo nome” (Giovanni 1:12).

I figli di Dio devono portarsi rispetto gli uni gli altri perché sono membri di una stessa famiglia, la famiglia di Dio, la famiglia della fede. Ma la Bibbia insegna anche a portare rispetto a tutti gli uomini perché Dio li ha fatti e li ha tanto amati fino a dare per la loro salvezza il suo unico Figlio, Gesù.

L’apostolo Pietro scrive: “Amate i fratelli, temete Dio”, e questo è comprensibile; ma anche “Onorate tutti” (1 Pietro 2:17).

Man mano che il tempo avanza notiamo un grave calo di rispetto verso il prossimo. C’è talmente tanto egoismo che “l’altro” non interessa, non interessano i suoi bisogni né i suoi problemi né le sue sofferenze. In certi casi non interessa neppure la sua vita. Il credente, però, avendo conosciuto l’amore di Dio, è in grado di amare a sua volta e ha il dovere di farlo.

Qualche tempo fa, Jim, un poliziotto credente, durante gli anni del suo servizio, che consisteva nel mantenere l’ordine pubblico, aveva sempre portato rispetto a tutti. Un suo amico gli chiese come abbia potuto comportarsi in quel modo. Timido di natura, Jim non parlava volentieri di sé, ma alla fine si decise a rivelare il suo segreto e a rendere così testimonianza al suo Signore:

“Senti – rispose all’amico – devo dirti due cose. Anzitutto, quando mi chiamano per occuparmi di una persona che crea problemi, fuori da una discoteca o in una casa o per strada, non dico mai: c’è di nuovo un disgraziato che è violento o che si è drogato o che ha bevuto troppo. Anzi penso: c’è uno che ha dei problemi, che è il figlio o la figlia di qualcuno, il marito o la moglie di qualcuno, il padre o la madre di qualcuno...Mi sforzo di pensare alla persona, non a ciò che ha fatto, e alla misericordia che Dio ha avuto per me. Quando mi avvicino al finestrino di un’auto, indipendentemente dall’atteggiamento dell’automobilista, cerco sempre di parlargli con un tono di voce più basso del suo. Posso dire che questo modo di fare ha sempre funzionato in tutti questi anni”.

Tutti siamo per natura peccatori e colpevoli, e Dio dovrebbe condannarci tutti. Il suo amore, però, ha provveduto: “Gesù Cristo è venuto nel mondo per salvare i peccatori” (1 Timoteo 1:15). È grazie al Suo sacrificio che possiamo dire, insieme all’apostolo Paolo: “Piacque al Padre di riconciliare con sé tutte le cose per mezzo di Lui, avendo fatto la pace mediante il sangue della sua croce” (Colossesi 1:19-20). E’ un canto di trionfo! Puoi aggiungere anche tu la tua voce?

 

Sette consigli per i credenti

Alessio Pancani a Il Messaggero Cristiano

J. N. DARBY

1.      Attenersi al Signore

Quando andò ad Antiochia, dove molti si erano convertiti di recente, Barnaba li incoraggiò ad “attenersi al Signore con cuore risoluto” (Atti 11:23), cioè a rimanergli fedeli e ad avere fiducia in Lui. Questo è quanto dovrebbe fare il credente. Cristo è sufficiente per renderci capaci di fare e di essere quello che Lui vuole.

1.      Essere pieni di Cristo

Un cuore diviso è la rovina dei cristiani. Non possiamo amare il Signore e il mondo. Quando seguiamo ciò che non è secondo Lui, siamo lontani dalla sorgente di forza; ma quando l’anima è piena di Lui, tramite la preghiera e la meditazione della Parola, non desideriamo le futilità del mondo. Se Cristo abita per fede nel nostro cuore, non ci chiederemo: “Che male c’è in questo?”, ma piuttosto: “Cristo può approvarmi in questo?”

1.      Respingere la carne

Dal momento che abbiamo creduto, Dio ha cancellato i nostri peccati. Il peccato non ci domina più (Romani 6:6), però la carne abita in noi fino alla morte. Dal vecchio tronco certi germogli cercheranno di spuntare, ma dovranno essere tolti al loro primo apparire. Se non facciamo così raccoglieremo dei frutti amari. Infatti, da una natura di peccato non possono venire frutti buoni; soltanto la nuova natura porta frutti per Dio. La carne possiamo dominarla pensando a Cristo, al suo amore, alle sue perfezioni, alle sue glorie, e affidandoci alla sua grazia per ottenere la vittoria.

1.      Custodire il proprio cuore

Non permettiamo che il mondo prenda posto nei nostri affetti e distragga i nostri pensieri. Il mondo cerca di attrarci con sorrisi ingannevoli e promesse che non può mantenere, ma non può soddisfare né riempire il cuore. Solo Cristo può farlo. Egli riempie il cielo di gioia, e farà traboccare il nostro cuore. Se ci siamo allontanati dal Signore e le cose del mondo hanno risvegliato i nostri interessi e preso posto nei nostri affetti, Dio dovrà portarci a giudicare il nostro “io” prima che possiamo ritrovare la gioia della Sua comunione. Ricordiamoci che Cristo ci ha comprati al prezzo del suo sangue perché fossimo suoi, e non di questo mondo!

5. Confidare nella grazia e nell’amore di Dio

Non permettiamo a Satana di interporsi fra noi e la grazia di Dio. Non importa quanto ci siamo allontanati; facciamo affidamento sul suo amore per ritornare a Lui. La sua gioia è di vederci tornare. Non facciamo mai a Dio il torto di non aver fiducia del Suo amore e della Sua grazia. Egli ci ha amati, ci ama e ci amerà per sempre.

6. Camminare e parlare con Cristo

Camminiamo col Signore e parliamo con Lui come con un amico intimo. Impariamo a capire quello che vuole da noi leggendo la sua Parola giornalmente. Parliamogli con la preghiera. Mettiamolo al corrente di tutti i nostri problemi e facciamoci dirigere da Lui. Così stabiliremo una comunicazione intima con Lui ed Egli guiderà il nostro cammino.

7. Sperimentare una gioia sempre più profonda

Se cresciamo nella conoscenza di Cristo saremo compenetrati da una gioia ancor più profonda di quella che abbiamo provato per la salvezza. Conosco Cristo da circa quarant’anni e posso dire che provo in Lui una gioia molto maggiore di quella che ho avuto all’inizio. Si tratta di una gioia più serena, più profonda. L’acqua impetuosa è bella da vedere e fa molto rumore, ma quando scorre in pianura è più profonda, più calma e più utile.

 

Figure del Messia


ALESSIO PANCANI
·MARTEDÌ 28 LUGLIO 2020·

Discendente della donna: “Io porrò inimicizia fra te e la donna, e fra la tua progenie e la progenie di lei; questa progenie ti schiaccerà il capo e tu le ferirai il calcagno” Genesi 3:15.

Il Signore non chiede spiegazioni al serpente, non entra mai in trattative con Satana. Semplicemente emette un giudizio. Vi sarà una reciproca rivalità fra la razza umana (la progenie della donna) e i principati e le potenze del male (progenie del serpente). Non dobbiamo mai scendere a compromessi con il male.

Nonostante il perdurare di questa ostilità essa non durerà per sempre.

Sebbene la rivalità sia reciproca, il suo esito non sarà un verdetto di parità, poiché il capo del nemico sarà schiacciato, ossia schiacciato dal figliuol dell'uomo Cristo Gesù.

Progenie di Abramo: “io farò di te una grande nazione, ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai fonte di benedizione... in te saranno benedette tutte le famiglie della terra” Genesi 12:2-3.

Figura di primo piano nell'Antico Testamento. Oltre alla promessa di dargli una terra e una progenie, Dio promise ad Abramo che lo avrebbe benedetto e che per mezzo di lui avrebbe benedetto tutte le famiglie della terra. (Galati 3:16-29). Il termine “promessa” ricorre otto volte in questo passo dei Galati, volendo rimarcare che tutte le promesse di Dio avrebbero avuto effetto nella “progenie” (che è Cristo) di Abramo.

Profeta come Mosè: “Per te il SIGNORE, il tuo Dio, farà sorgere in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta come me; a lui darete ascolto” (Deuteronomio 18:15).

Uno dei desideri più ardenti dell'umanità è quello di scoprire la volontà di Dio. Ma come?

Ne caso di Israele esistevano solo due possibilità: da una parte cerano i cananei, che praticavano la stregoneria, la divinazione e tutte le arti magiche, tutte cose che Dio aveva proibito al suo popolo. Dall'altra parte, poteva ubbidire alla voce di Dio rivelata dai profeti: si trattava di dare ascolto.

La gente dunque, avendo visto il miracolo che Gesù aveva fatto, disse: Questi è certo il profeta che deve venire nel mondo(Giovanni 6:14).

Mosè, infatti, disse: Il Signore Dio vi susciterà in mezzo ai vostri fratelli un profeta come me; ascoltatelo in tutte le cose che vi dirà. E avverrà che chiunque non avrà ascoltato questo profeta, sarà estirpato di mezzo al popolo" Atti 3:22-23.

Sacerdote come Melchisedec: “Il SIGNORE ha giurato e non si pentirà: Tu sei Sacerdote in eterno, secondo l'ordine di Melchisedec” (Salmo 110:4).

Personaggio misterioso che compare tre volte nella Scrittura. Il Signore Gesù, il Messia, è un sacerdote. Non è un sacerdote levitico, poiché non è della stirpe di Levi. Appartiene ad una “stirpe superiore”. Questa superiorità è evidente nel fatto che Melchisedec benedisse Abramo (antenato di Levi) e ricevette da lui la decima. In oltre in Ebrei cap,7 leggiamo che i sacerdoti levitici erano esseri umani e quindi mortali, “la morte impediva loro di durare” (v.23) ma il Signore è sacerdote in eterno.

Il Servo: “Ecco il mio servo, io lo sosterrò; il mio eletto di cui mi compiaccio(Isaia 42:1).

Il libro di Isaia contiene i quattro cosiddetti “canti del servo”. Ogni canto il Servo ci viene presentato con caratteristiche diverse. Nel primo ci è presentato come un maestro che insegna, nel secondo (49:1-6) è colui che spande la luce fino alle nazioni lontane. Ne terzo ci viene raffigurato come un perfetto discepolo (50:4-9) che porge l'orecchio ogni mattina e nel quarto canto è come un Salvatore sofferente (52:13-53:12) ferito per le nostre iniquità e porta i nostri peccati.

Un Re: “Poiché un bambino ci è nato, un figlio ci è stato dato, e il dominio riposerà sulle sue spalle; sarà chiamato Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre eterno, Principe della pace(Isaia 9:5).

Ecco, i giorni vengono», dice il SIGNORE, in cui io farò sorgere a Davide un germoglio giusto, il quale regnerà da re e prospererà; eserciterà il diritto e la giustizia nel paese” (Geremia 23:5).

Le caratteristiche di questo re sono evidenti: Doveva essere giusto, doveva essere un regno di pace e un regno stabile. La quarta caratteristica del regno di Dio è che sarebbe stato un regno universale che si estenderà da un mare all'altro.

GIUSEPPE E LA TENTAZIONE

(Genesi 39)
J. Khm
Come verrebbe valutato, oggi, nel mondo che si dice cristiano, l’atteggiamento di Giuseppe verso la moglie di Potifar? Come si reagirebbe? Viviamo in un’epoca in cui le nozioni del bene e del male sono tanto sconvolte che anche noi credenti corriamo il rischio di adottare segretamente concetti tolleranti verso la gravità del peccato e di avere un giudizio falsato, perché non fondato sulla Parola di Dio. Indubbiamente il mondo è cambiato molto di più in questi ultimi cinquant’anni che nei cinquecento precedenti. L’instabilità, la contestazione e il peccato, sotto tutte le sue forme, non sono mai stati tanto evidenti e diffusi come oggi. Di fronte alla violenza e alla corruzione, ci è di conforto ricordare la fermezza e la purezza di Giuseppe in presenza della tentazione.
Realizzando il pericolo e la complessità di tante situazioni in cui ci possiamo trovare, vorrei ripetere alcune riflessioni scritte molto tempo fa da un servitore di Dio al quale stava a cuore il bene dei giovani cristiani, con la speranza che ci diano quella “sapienza che conduce alla salvezza”. Il mio scopo è di incoraggiare particolarmente i giovani, indicando loro, con l’esempio di un ragazzo, che ad ogni età si può vincere la tentazione e non cadere nell’impurità.
Giuseppe era esposto a una tentazione terribile, che è sempre esistita, ma che nel suo caso e nella sua particolare posizione era molto difficile da vincere. Egli era molto giovane, forse aveva una ventina d’anni. E questa è ancora l’età in cui si corrono i rischi più gravi, perché le passioni sono forti e non ancora bilanciate e tenute sotto controllo della riflessione, dell’esperienza e del senso delle responsabilità.
Giuseppe aveva un fisico prestante e un bel viso. Le ragazze e i ragazzi sono facilmente portati ad approfittare di questi vantaggi e a manifestarsi indulgenti verso quelli che li ammirano. Giuseppe godeva di una fiducia illimitata da parte del suo padrone, ed era libero di agire come meglio gli pareva nell’amministrazione dei suoi beni, ma doveva rispettare la moglie del suo signore. Ed era proprio questa che cercava di sedurlo e che ogni giorno rinnovava la sua pretesa di avere delle relazioni intime con lui.
È abbastanza facile resistere una o due volte, ma quando la tentazione si rinnova insidiosamente dieci, venti volte, e persino ogni giorno, quando l’insistenza tende a smussare l’imbarazzo della prima proposta, alla fine, sovente, le difese si allentano e il peccato trionfa.
Giuseppe era assolutamente solo, e questa solitudine doveva pesargli. Non soltanto era lontano dalla sua famiglia e da suo padre, che lo credeva morto, ma viveva in un paese idolatra, senza principi morali. Inoltre, al momento dell’ultima prova, era anche solo in quella parte della casa; non lo poteva seguire nessuno sguardo umano.
Sovente, quando ci si crede sicuri dell’impunità, quando si sa che nessuno può vedere, si è portati a fare cose riprovevoli. Però, anche se i nostri parenti, i nostri amici non ci vedono, per noi credenti rimane la certezza che Dio ci vede. Giuseppe ne era molto cosciente, lui che ripeteva ogni giorno a quella donna perversa: “Come dunque potrei fare questo gran male e peccare contro Dio?” (Genesi 39:9). Eppure, il ricordo dei suoi sogni di un tempo avrebbe potuto aggiungere peso sulla bilancia della seduzione. Egli sapeva che un giorno sarebbe diventato grande e poteva pensare: “Forse, cedendo a questa proposta, potrei anticipare il momento della mia liberazione e della mia ascesa”.
Povero Giuseppe, così giovane e bello! Come potrà, da solo, liberarsi dalle maglie di quella rete che si stringe sempre più intorno a lui? Nel momento stesso in cui il nemico della sua anima crede che stia per soccombere, Giuseppe si libera con la fuga. Fugge lontano da quella donna corrotta, come uno fugge davanti a un serpente. Fuggire così non è il comportamento di un vile, ma è il comportamento di un saggio. Quella fuga è una ritirata gloriosa.
Che lezione ci dà questo giovane, messo a così dura prova! Quali erano le armi che gli hanno permesso di riportare la vittoria? Erano il timore di Dio, il suo orrore del male, la sua fermezza per sfuggire “alle passioni giovanili” (2 Timoteo 2:22) che fanno guerra all’anima (1 Pietro 2:11). Realizzava Romani 12:9: “Aborrite il male e attenetevi fermamente al bene”.
Quante persone, anche tra chi fa professione di pietà, vedono nell’impurità solo una debolezza! Invece, una delle principali cause dell’incredulità di un gran numero di uomini e donne dei nostri giorni deve essere cercata proprio nell’immoralità dei loro comportamenti. Se vogliamo sapere cosa ne pensa Dio delle relazioni contro natura, leggiamo i giudizi su Sodoma, su Gomorra e sui Cananei. Leggiamo soprattutto l’ultimo paragrafo di Romani 1 dove vediamo che Dio ha abbandonato quegli uomini e quelle donne “in balia della loro mente perversa”. Che disastri produce il peccato! Lo vediamo intorno a noi, soprattutto nelle grandi città moderne! Tali persone ricevono in loro stesse la dovuta ricompensa del loro sviamento (v.27).
Oltre ad avere un profondo timore di Dio, Giuseppe attingeva anche forza nel suo amore per il lavoro, nello svolgimento del proprio compito giornaliero. È detto che “un giorno egli entrò in casa per fare il suo lavoro” (Genesi 39:11). Un’occupazione regolare svolta nell’impegno di glorificare il Signore, è anche un fattore di protezione; mentre un uomo inattivo, pigro o sognatore, apre già nella sua anima uno spiraglio alla tentazione.
In un modo o nell’altro, ognuno di noi può essere assalito dalla tentazione. Simile all’acqua che penetra nei minimi interstizi, il “gran male” come lo definisce Giuseppe tenta di insinuarsi nell’anima se trova degli spiragli aperti. Il diavolo saprà trovare una moglie di Potifar che farà luccicare davanti a noi tutte le attrazioni della seduzione e che ritornerà alla carica, ogni giorno, nei momenti di inattività, nel silenzio della notte. Se cedessimo, sarebbe la rovina della nostra vita cristiana. Le delizie del peccato, delle quali si può godere per un tempo (Ebrei 11:25), lasciano sempre un amaro sapore.
Il Signore ci conceda la grazia di perseverare nelle cose che abbiano imparato (2 Timoteo 3:14), senza essere trascinati dallo spirito di questo secolo. Che possiamo vivere nella presenza di Dio, essere fedeli già nelle piccole cose, avere in orrore il male e fuggire l’impurità sotto tutti i suoi aspetti: chiudiamo quel libro, non apriamo quel sito, evitiamo quello spettacolo, rompiamo con quella compagnia. Solamente nella comunione con il Signore la gioia è pura e santa.
Ma se, disgraziatamente, qualcuno dei nostri lettori ha già ceduto alla tentazione, rimane una sorgente di grazia presso il Medico delle nostre anime. Forse solo Dio conosce l’intensità delle tentazioni che ci hanno fatto soccombere, la nostra lunga, sofferta e inutile resistenza, il dolore che abbiamo provato di essere stati vinti. Se c’è un pentimento sincero e un giudizio profondo delle nostre azioni e l’abbandono del peccato, Dio interverrà per liberarci.

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