Storie Bibliche, storie d'amore




Tempo di bilanci

ALESSIO PANCANI·GIOVEDÌ 24 DICEMBRE 2020·

Egli lo chiamò e gli disse: Che cos'è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione...Poi disse a un altro: E tu, quanto devi?" Luca 16:2-7.

L'anno volge al termine. Tutte le imprese si affrettano a chiudere i conti dell'esercizio trascorso e a fare il bilancio. È proprio il momento della verità. Dai risultati di questo bilancio dipenderanno il credito che le banche concederanno, le previsioni di sviluppo e perfino di esistenza dell'impresa.

Non è forse bene che anche ognuno di noi faccia il bilancio dell'anno 2020? È Dio stesso che, in questa operazione, ha il compito del contabile imparziale: “Dio non vede forse le mie vie? Non conta tutti i miei passi?” Giobbe 31:4.

Alla voce “debiti” che lunga lista di “fatture” da pagare per le nostre mancanze, le nostre colpe i nostri peccati! Ingratitudine per la bontà di Dio; ingiustizie riguardo ai nostri simili; egoismo quando abbiamo chiuso gli occhi su le miserie da alleviare; debolezza nel corregger gli uni gli altri e forse errori ben più grandi. Come potremmo saldare tali fatture? Stiamo ammassando su noi stessi l'ira di quel Dio che, nel giorno del giudizio, renderà a ciascuno secondo le sue opere? (Romani 2:5).

E dire che abbiamo goduto di molti “favori”. A titolo della bontà di Dio, quanti benefici egli ci accorda! Dalla salute che ci concede, alle tante gioie che ci permette di godere! Sono tutte da attribuire alla sua pazienza. Tutte cose per le quali forse ci siamo perfino dimenticati di ringraziare.

Quindi abbiamo ricevuto dei benefit ma la colonna dei debiti ha continuato ad aumentare ed è così carica ci dovrebbe essere molta preoccupazione. A questo punto esistono solo due possibilità: Possiamo proseguire accumulando debiti per il giorno dell'ira oh possiamo andare, in tutta fretta, dal “contabile”. Esiste una linea di credito tutta speciale; un conto aperto alla fede. “La... fede è messa in conto come giustizia” Romani 4:5. “Dove il peccato è abbondato la grazia è sovrabbondata” Romani 5:20. Solo l'amore di Dio e la fede nell'opera del Signore Gesù permette di pareggiare il bilancio; essa sola annulla completamente il passivo accumulato nel corso della nostra vita.

Il nostro conto è in regola con Dio?

Il carceriere di Filippi se ne rese conto e gridò: “che debbo fare per essere salvato?” Atti 16:30.

Buona notizia

ALESSIO PANCANI·LUNEDÌ 7 DICEMBRE 2020·

Davide partì di là e si rifugiò nella spelonca di Adullam. Quando i suoi fratelli e tutta la famiglia di suo padre lo seppero, scesero là per unirsi a lui. Tutti quelli che erano in difficoltà, che avevano debiti o che erano scontenti, si radunarono presso di lui ed egli divenne loro capo.”1 Samuele 22:1-2.

i ciechi ricuperano la vista e gli zoppi camminano; i lebbrosi sono purificati e i sordi odono; i morti risuscitano e il vangelo è annunciato ai poveri” Matteo 11:5.

Che strana gente si radunava intorno al Signore.

In quel tempo, come oggi, nessuno era più emarginato dei ciechi, degli zoppi, dei lebbrosi e dei sordi. Non c'era posto per loro. Non avevano un nome, non erano utili a niente. Non avevano valore, rappresentavano per così dire il cancro della società.

Erano rifiuti ai lati delle strade. Ma quelli che il popolo considerava feccia, il Signore li considerava tesori.

Viviamo in una società che lascia ben poco spazio a chi corre sì ma finisce sempre per arrivare “nel gruppo”, in un sistema che stima il valore di un essere umano in base al suo stipendio o alle sue curve... ma ho una buona notizia da darvi: per Dio ogni uomo conta non per quello che ha fatto o per l'ammontare dei suoi beni ma per il contenuto del suo cuore, se in esso vi è Cristo, allora possiede ogni cosa ed è sommamente ricco.

Ringraziare Dio

ALESSIO PANCANI·SABATO 12 DICEMBRE 2020·

Anima mia, benedici il SIGNORE! SIGNORE, mio Dio, tu sei veramente grande;
sei vestito di splendore e di maestà...Quanto sono numerose le tue opere, SIGNORE!
Tu le hai fatte tutte con sapienza; la terra è piena delle tue ricchezze”
Salmo 104:1, v.24.

La creazione è come un immenso libro nel quale si legge di Dio ad ogni pagina e si impara a rispettare e ringraziare Colui che ha creato i mondi e che li sostiene. Si impara a conoscere la sua potenza e la sua bontà solo ponendo mento a tutto ciò che ci circonda. L'uomo dovrebbe chiedersi perché il pianeta su cui abita è così ricco di beni e risorse, perché tutta la natura intorno a lui è così ben regolata e ordinata nei suoi cicli vitali. Si è ritrovato in un mondo non solo abitabile ma in grado di fornire ogni sorta di materiale, ricchezze e nutrimento o almeno lo era prima che l'uomo dimostrasse quanto lui, lontano da Dio, può essere distruttivo.

Non riflette sulle lezioni che questo grande libro impartisce. Nella creazione dunque c'è un linguaggio che parla del creatore, delle sue cure, della sua grandezza ed eterna potenza e responsabilizza ogni essere vivente riguardo alla sua posizione nei riguardi di Dio.

Che ha fatto l'uomo? Si è costruito degli idoli di pietra, di legno o metallo. Certo l'uomo “civile” si beffa di questi feticci e idoli grotteschi, ma non si distacca molto da questi in quanto se ne è procurati altri più “moderni” facendo del denaro o del potere i suoi idoli domestici.

Quanti sono quelli che possono affermare: “anima mia benedici il Signore”? E quanti si sono ancor più meravigliati rimanendo addirittura ammutoliti dinanzi all'opera della croce? Lì Dio ha agito non secondo la sua immensa potenza in creazione ma secondo il suo immenso amore in salvezza per l'uomo. Era scritto: “Ella partorirà un figlio, e tu gli porrai nome Gesù (Salvatore), perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati. La vergine sarà incinta e partorirà un figlio, al quale sarà posto nome Emmanuele (Dio con noi)” Matteo 1:21-23.

Dio parla attraverso il creato ma, negli ultimi giorni, ancor più ha parlato nel Figlio. “Dio, dopo aver parlato anticamente molte volte e in molte maniere ai padri per mezzo dei profeti, in questi ultimi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che egli ha costituito erede di tutte le cose, mediante il quale ha pure creato i mondi” Ebrei 1:1-2.

Dichiarazione dei diritti

Il 10 dicembre 1948, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò e proclamò la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'uomo. Eccone un estratto: “Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo; Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell'umanità”.

Immagino che tutti gli uomini si siano rallegrati nel lontano 1948 leggendo tali parole ma, purtroppo c'è un errore di fondo: tutto si concentra sull'uomo, sulla sua buona volontà, sui suoi buoni propositi. Come cristiani abbiamo imparato a non avere fiducia in noi stessi e a non fare affidamento sul nostro cuore e sui suoi buoni propositi.

L'uomo, per prima cosa, dimentica i diritti di Dio. L'ignoranza e il disprezzo per essi e proprio la prima causa delle disgrazie dell'uomo.

Si Dio ha dei diritti e ha stabilito delle leggi morali proprio per le sue creature ma il disconoscimento di Dio e dei suoi ordinamenti a portato l'uomo ad allontanarsi da Lui per seguire le sue proprie vie “voi che eravate morti nelle vostre colpe e nei vostri peccati, ai quali un tempo vi abbandonaste seguendo l'andazzo di questo mondo, seguendo il principe della potenza dell'aria, di quello spirito che opera oggi negli uomini ribelli” (Efesini 2:1-2).

Perché c’è tanta violenza in questo mondo? Questa domanda viene fatta spesso e, senza dubbio, dalla notte dei tempi. “Or la terra era corrotta davanti a Dio; la terra era piena di violenza. … Allora Dio disse a Noè: “Nei miei decreti, la fine di ogni essere vivente è giunta poiché la terra, a causa degli uomini, è piena di violenza” (Genesi 6:11, v.13). Il versetto qui sopra la lega, chiaramente, allo stato del cuore dell’uomo dinanzi a Dio.

La radice della parola violenza è la stessa di quella di: violazione o trasgressione; l’atto di violare, di infrangere. Queste parole significano: non mostrare un rispetto appropriato di Dio e delle sue leggi ed hanno anche il senso del disprezzo.

Non si vuole ascoltare Dio. “Io ti ho parlato al tempo della tua prosperità, ma tu dicevi: "Io non ascolterò". Questo è stato il tuo modo di fare sin dalla tua adolescenza; tu non hai mai dato ascolto alla mia voce” Geremia 22:21.

Se un giorno uno di voi dovesse udire simili parole da parte del Giudice Supremo, quanto sarebbe angosciato.

Dio parla una volta, e anche due, ma l'uomo non ci bada” Giobbe 33:14. Eppure Dio vuole: “distogliere l'uomo dal suo modo d'agire e ... per salvargli l'anima dalla fossa” Giobbe 33:17-18.

Trofimo

«Trofimo l'ho lasciato infermo a Mileto» (2 Timoteo 4:20)

Queste parole fanno riflettere. Paolo, il grande apostolo dei Gentili, dottato di tanti doni fra cui quello di guarigione, lascia malato il suo amico, senza intervenire. A Efeso (Atti 18:14) Dio «faceva dei miracoli straordinari per le mani di Paolo; al punto che si portavano sui malati degli asciugatoi e dei grembiuli che erano stati suo corpo, e le malattie si partivano da loro». Più tardi, nell'isola di malta, guarirà il padre di Publio, personaggio eminente, e anche «altri che avevano delle infermità nell'isola venero, e furono guarito (Atti 28:7-9). Ma Trofimo è lasciato malato. Bisognava che fosse così. Nelle sue dispensazioni, Dio appare a volte come indifferente ai mali dei suoi figli; qualche volta permette Lui la sofferenza per sottometterli a una salutare scuola di disciplina.

Anche per noi è sovente un bene essere lasciati nello stato di Trofimo. Sul suo letto di malattia, a Mileto, Trofimo doveva probabilmente imparare una lezione che non avrebbe potuto imparare altrove, nemmeno al seguito dell'apostolo Paolo. La solitudine, la debolezza della malattia, sono a volte molto proficue per l'anima del credente. Sono circostanze che a noi non piacciono, ma lo Spirito di Dio se ne serve per darci le lezioni più santificanti. Avviene spesso che dopo un periodo di sofferenza fisica siamo spinti a fare un esame del nostro cammino, della nostra vita di cristiani, e a giudicare davanti a Dio tutto quello che non è secondo la sua volontà. Esame indispensabile, ma tanto trascurato in mezzo alle preoccupazioni di ogni giorno, alla febbrile attività, agli assillanti rapporti con gli altri.

In Atti (21:29) la situazione di Trofimo è ben diversa da quella descritta nell'epistola a Timoteo. Qui lo vediamo in compagnia di Paolo, per le strade di Gerusalemme, e non in un letto di malattia a Mileto. La sua presenza a Gerusalemme con Paolo aveva risvegliato i pregiudizi dei Giudei i quali pensavano che Paolo l'avesse fatto entrare con sé nel tempio. Un Giudeo e un greco camminano insieme! È perfettamente in armonia con l'Evangelo predicato da Paolo, ma intollerabile per i pregiudizi giudaici; la compagnia di un Giudeo con un non Giudeo era un insulto alla loro dignità nazionale. Con la morte di Cristo il «muro di separazione» era crollato; Giudei e Gentili erano considerati tutti «disubbidiente» e ad ambedue veniva offerta la grazia; ma i Giudei tradizionalisti, anche quelli convertito al Signore, non erano preparati a questo cambiamento.

Il tumulto che scoppia ci può far pensare che Paolo non avrebbe dovuto trovarsi per le strade di Gerusalemme. La sfera di attività assegnata dal Signore a Paolo non era fra i Giudei: «Io ti manderò lontano, ai Gentili» (Atti 22:21). Ma Paolo aveva voluto andare a Gerusalemme e, trovatosi là, non poteva allontanarsi da Trofimo; era troppo retto per fare una cosa simile. Non poteva, come aveva fatto Pietro, allontanarsi da un fratello di origine pagana per non creare sospetti ai Giudei o per paura delle loro reazioni. Perché mantenere ancora in vita delle istituzioni ormai decadute? Perché riconoscere un sistema che Dio non riconosceva più?

Ecco la breve storia di Trofimo. Prima in Atti (20:4) è uno dei discepoli che accompagnano Paolo in Asia. Poi, in Atti (21:29), è con lui a Gerusalemme in una situazione rischiosa. Alla fine, lo sappiamo malato a Mileto, lasciato in quelle condizioni dall'apostolo stesso. Da quel momento il sipario si chiude. Non è più parlato di lui. Nella tranquillità del suo letto di malattia Trofimo poteva ripensare al passato e guardare con fiducia all'avvenire. Non poteva più attraversare l'Asia, né circolare per le strade di Gerusalemme col più grande degli apostoli di Cristo. Era malato a Mileto e Paolo in prigione a Roma in attesa del martirio. Ma entrambi, grazie alla medesima fede, potevano guadare al giorno radioso dell'incontro col loro Signore per entrare nel godimento di un riposo senza fine.

La conversione di Naaman il Siro

Meditazione su 2 Re 5
Naaman il Siro ricopriva nel suo Paese una carica molto importante: era capo dell'esercito, uno dei potenti eserciti dell'epoca. L'Eterno stesso aveva permesso che per mezzo suo i Siri fossero liberati. Ma quell'uomo era lebbroso; la grave malattia gli impediva certamente di godere i vantaggi che avrebbe potuto trarre dalle onorificenze e dalla stima di cui godeva. La sua unica prospettiva era la sofferenza e la morte. Cosa potevano fare le ricchezze e gli onori? La scienza di allora era impotente a liberarlo dal male che a poco a poco avrebbe consumato la sua carne, e i tesori che possedeva non servivano a comprare la guarigione.
Ma Dio ha dei pensieri d'amore verso tutti gli uomini e voleva salvarlo. E per fare questo, si serve di un'umile schiava che diventa portatrice di buone notizie. Non disprezziamo gli umili e i deboli, perché sovente il Signore si serve proprio di loro per attuare i suoi piani di grazia. Degli uomini crudeli avevano rapito quella ragazzina e l'avevano portata prigioniera in quel paese lontano, dandola poi come serva alla famiglia di Naaman. Ma questa ragazza aveva portato con sé un tesoro molto più grande di tutte le ricchezze dei suoi padroni, più grande di tutte le ricchezze del mondo: la conoscenza del vero Dio. Ella sapeva anche che nella città di Samaria c'era Eliseo, uomo di Dio, profeta dell'Eterno, che aveva la potenza di fare miracoli. La giovane serva non porta rancore verso i suoi padroni; non ha pensieri di vendetta, non si rallegra del loro male. «Oh, se il mio signore potesse presentarsi al profeta che è in Samaria! Questi lo libererebbe dalla sua lebbra». In queste parole, come certamente nella sua vita, ella manifesta i caratteri di un Dio misericordioso; conoscendo Dio, ne sa di più di tutti medici, più del re di Siria e del re di Israele!
Naaman ascolta questa «buona novella». Non disprezza la serva; anzi, le dà fiducia, crede alle sue parole e si mette in viaggio. La sua fede non sarà delusa, anche se incontrerà delle difficoltà e delle delusioni sul cammino che ha intrapreso. La prima tappa la fa dal re di Israele; chi meglio di lui può conoscere il profeta? Ma ecco la prima delusione. Il re di Israele non conosce le risorse e la potenza di Dio; crede di essere vittima di una pretestuosa richiesta, di un astuto sotterfugio del nemico, e si traccia le vesti. Eliseo viene a sapere la cosa: «perché ti sei stracciato le vesti? Venga pure colui da me e vedrà che v'è un profeta in Israele». Arrivato coi suoi carri e i suoi cavalli alla casa di Eliseo ha una nuova delusione: egli deve imparare che per poter approfittare della potenza e della grazia di Dio, deve mettere da parte tutti i suoi pensieri, e le sue previsioni, i suoi progetti. «Ecco, io pensavo: egli uscirà senza dubbio incontro a me, si fermerà là, invocherà il nome dell'Eterno, del suo Dio…». La saggezza umana è follia agli occhi di Dio. I pensieri dell'uomo non sono quelli del Signore e il piano di salvezza è un piano ideato da Dio solo, nella sua infinita sapienza e nel suo infinito amore.
Naaman adirato e deluso, rischia di non approfittare dell'occasione che gli è offerta; la proposta di Eliseo gli sembra troppo semplice e il suo metodo banale. Così fanno molti, purtroppo, in presenza dell'Evangelo. Ma quando il «grande» Naaman accoglie il consiglio dei suoi servi e si sottomette alla parola del profeta immergendosi sette volte nelle acque del Giordano, la sua carne «tornò come la carne di un piccolo fanciullo, e rimase puro». Prima non conosceva che idoli muti, senza potenza per liberare e salvare, ora conosce il vero Dio nel suo vero carattere, l'amore; ed è felice, vuole servirlo, adorarlo, offrirgli olocausti. Se la trasformazione avvenuto nel suo corpo è grande, più grande ancora è la trasformazione avvenuta nella sua anima.
Naaman se ne torna in pace al suo paese. Nessun compenso è dovuto; tutto è gratuito. Se vi saranno ancora delle difficoltà, se sarà costretto a compiere un servizio che non vorrebbe, come quello di accompagnare il sovrano nel tempio di Rimmon, Dio lo avrebbe perdonarlo perché conosceva il suo cuore sincero, e leggeva nei suoi pensieri.
Gesù, L’Ammirabile
“Sarà chiamato: L'Ammirabile” (Isaia 9:6 [versione Diodati])
Il nome di Gesù è in effetti Ammirabile, al di là di tutte le descrizioni o la comprensione umana, nella nascita verginale come negli avvenimenti che sono seguiti (cfr. Matteo 2; Luca 2). Egli è L’Ammirabile nei suoi insegnamenti divini. “Nessuno parlò mai come quest’uomo!” (Giovanni 7:46) è la testimonianza resa dalle guardie inviate per arrestarLo. È L’Ammirabile nei Suoi miracoli descritti nei vangeli. Giovanni termina il suo dichiarando: “Or vi sono ancora molte altre cose che Gesù ha fatte; se si scrivessero a una a una, penso che il mondo stesso non potrebbe contenere i libri che se ne scriverebbero” (Giovanni 21:25).
Non solo era L’Ammirabile e lo sarà quando tornerà, ma è L’Ammirabile oggi in tutto quello che fa in ogni parte della terra per delle povere persone, uomini e donne, affetti dal peccato. Chi altro, se non Cristo, può liberare qualcuno dalle crudeli catene del peccato e dal controllo impietoso di Satana? Quante volte abbiamo sentito parlare di un uomo che era un ubriacone, violento in famiglia facendola vivere nella paura e della disperazione e che, dopo aver creduto in Gesù Cristo, è improvvisamente diventato un marito amorevole ed un padre pieno di bontà. Che si tratti di un drogato, di un criminale, di un ladro o un nemico di Cristo e dei Suoi discepoli, ogni uomo che mette la sua fiducia nell’opera di Cristo non è soltanto perdonato ma diventa una persona nuova: è un figliolo di Dio che ama il bene e che odia il male. Non ha avuto bisogno di fare grandi cose o pagare un prezzo elevato ma ha dovuto semplicemente credere a Colui il cui nome è: L’Ammirabile.

Di Andrea Gibert
(1 re 18 e 19)
Il capitolo 18 del primo libro dei Re mostra Elia che difende con forza in mezzo a Israele, davanti ad Achab e al popolo, i diritti dell'Eterno dimenticati e disprezzati. L'idolatria si era introdotta per colpa dei re; il popolo li seguiva, e molti di quelli che, come Abdia (1 Re 18:3), temevano l'Eterno, servivano il re empio oppure si nascondevano. Neppure Elia li conosceva. Elia, fedele messaggero di Dio, aveva detto ad Achab che, per anni, non ci sarebbe stata né pioggia né rugiada se non alla sua parola. Al momento voluto dall'Eterno, si ripresenta con serie parole di avvertimento per il popolo e diventa il mezzo con il quale l'Eterno prima spiega la sua potenza e poi dispensa la benedizione, quando il cuore del popolo è stato "ricondotto". In quel giorno, Elia può dire: "Si conoscerà che tu sei Dio in Israele, che io sono tuo servo, e che ho fatte tutte queste cose per ordine tuo".
Al tempo stesso, per il fatto di portare avanti la parola di Dio in tutta la sua autorità, Elia ha il privilegio di testimoniare del valore di tale Parola e delle promesse dalla grazia di Dio. E può anche proclamare che, secondo questa Parola, ciò che sembrava completamente distrutto, cioè l'unità del popolo dell'Eterno, era invece conservato. La divisione del regno dopo Salomone, le lotte fratricide fra Giuda e Israele, l'alleanza colpevole con gli idolatri, attraverso il matrimonio di Achab con Izebel (esempio seguito poi dai re di Giuda: 1 Re 16:17; 2 Croniche 18:1; 21:6), la grande confusione religiosa, il popolo zoppicante "dai due latti", tutti questi elementi di disgregazione non avrebbero impedito il compiersi delle promesse fatte un tempo dall'Eterno, secondo le quali il popolo d'Israele avrebbe continuato ad esistere. Ai suoi occhi, il popolo eletto restava unito. Elia parla dell'Eterno come del "Dio d'Abrahamo, d'Isacco e d'Israele", davanti all'altare fatto di dodici pietre, secondo il numero delle tribù de' figliuoli di Giacobbe, al quale l'Eterno aveva detto: "Il tuo nome sarà Israele" (18:31).
Achab aveva ingiustamente accusato Elia di "mettere sossopra Israele". La verità era che, conoscendo la Parola di Dio, Elia era in grado di discernere, al di sopra dello stato di grande disordine del popolo, l'unità fatta a pezzi dagli uomini, ma immutabile nel Suo pensiero e nei Suoi progetti. Per quanto grande fosse la rovina, egli si rifaceva a ciò che un tempo Balaam era stato costretto ad esprimere (Numeri 23:19-24) di fronte ad un popolo che già meritava di essere distrutto: il carattere unico di questo popolo, il suo prezzo e la sua bellezza per Dio, la sua gloria futura nella prospettiva dei pensieri di Colui "che non è un uomo perché mentisca, né un figlio d'uomo perché egli si penta". La responsabilità di Israele derivava della sua posizione, che Dio gli aveva dato; non è camminando rettamente che avrebbe meritato di essere eletto; piuttosto, doveva camminare perché era il popolo eletto.
Ora, e questo è un  punto importantissimo, se Elia ha potuto rendere una tale testimonianza alla parola di Dio e riconoscere l'unità di Israele, è perché aveva preso, nell'ubbidienza a questa parola e in una dipendenza dimostrata dalla sua preghiera di intercessione (Giacomo 5:17), una posizione di separazione assoluta dal male, servendo l'Eterno. Questo condannava la condotta del popolo e del suo re, ma era la sola cosa che permettesse la testimonianza, e, in particolare, la testimonianza resa all'unità delle dodici tribù. Egli poteva riconoscere il carattere permanente del popolo eletto solo perché non si trovava egli stesso in mezzo alla confusione. Non che si separasse da Israele, ma si separava dall'iniquità che prevaleva in Israele. E proprio lui veniva accusato di portare disordine nella nazione! In tutti i tempi la stessa accusa è stata mossa contro quelli che hanno compreso la necessità della separazione dal male per rendere testimonianza del pensiero di Dio. La cristianità di cui noi tutti facciamo parte mostra, senza che si possa ancora parlare della Babilonia futura, le caratteristiche di una Babele (confusione). L'alleanza della professione cristiana con gli idoli di questo mondo è visibile ovunque, con gradi che vanno dall'adesione immediata all'indifferenza. Tutti noi abbiamo una parte di responsabilità in questa confusione, perché manchiamo di un vero attaccamento a Cristo.
Siamo certo, però, che come nel caso di Elia, solo sul Carmel in presenza di tutto Israele, così è dovere di coloro che hanno altra bandiera che il nome di Gesù di proclamare l'unità della Chiesa. Elia, separato dal male, esprime la permanenza di un Israele invisibile; l'altare di dodici pietre è il suo unico altare.
Oggi il solido fondamento di Dio rimane fermo, con il suo doppio sigillo. Le due facce di questo sigillo sono inseparabili. Non si può dire con tranquillità: «il Signore conosce quelli che son suoi», se ci si rifiuta di obbedire all'ingiunzione: «Ritraggasi dall'iniquità chiunque nomina il nome del Signore». Ma è anche vero, e ugualmente importante, il contrario. Dire che ci si ritira dall'iniquità senza essere pervasi dal sentimento che il Signore conosce quelli che son suoi, espone ad una separazione puramente esteriore che non trova corrispondenza nella condizione morale. Si corre allora il rischio di fermarsi a guardare a sé stessi, a considerare solo sé stessi, a ripiegarsi su di sé. Questo è un grosso pericolo che si chiama orgoglio spirituale, e conduce al crollo della testimonianza e allo scoraggiamento; Elia, pur da servitore qual era, non vi è sfuggito. Il seguito della sua storia ci viene dato al capitolo 19 come una lezione necessaria.
Dopo la magnifica testimonianza resa sul monte Carmel, Egli poteva pensare che il ritorno a Dio del popolo e del suo re sarebbe stato completo. Ma le cose non andarono affatto così. Izebel riprende il comando, minaccia di morte il profeta, e questi «se ne andò per salvarsi la vita». Egli abbandona i luoghi della sua missione, lascia vuota la scena della sua testimonianza e se ne va «nel deserto». È impaurito e scoraggiato, ma è anche deluso e amareggiato. Allora, accusa i figliuoli d'Israele: «Hanno abbandonato il tuo patto, hanno demolito i tuoi altari, e hanno ucciso colla spada i tuoi profeti». Rivendica la legge dell'Eterno nel luogo stesso in cui era stata data, affinché i suoi giudizi cadano su Israele colpevole di averla violata. Il suo dolore pur profonda e sincera animosità e rabbia. Perché fa «istanza contro Israele»? prima di tutto si preoccupa di sé stesso «io sono stato mosso da una grande gelosia… sono rimasto io solo, e cercano di togliermi la vita». Un grande profeta come lui, tanto lavoro e nessun risultato? Tanto vale scomparire, «Prendi l'anima mia, poiché io non valgo meglio dei miei padri…».
Poi, avendo perso di vista la potenza di Dio che agisce in grazia e non conoscendo la sua pazienza, che è salvezza (2 Pietro 3:15), deve imparare una lezione umiliante ma meravigliosa. Messo al riparo nella caverna, mentre fuori si svolgono terrificanti manifestazioni di quel giudizio che egli invocava, deve constatare che l'Eterno non è, per il momento, in quelle cose. Non è ancora venuto il momento di colpire i colpevoli, ma è il momento del suono «dolce e sommesso» della grazia. Essa parla e opera. Opera in favore di Elia, certo, il quale è stato miracolosamente protetto e sostenuto in questo viaggio attraverso il deserto, come un tempo Israele e come egli stesso lo era stato in Canaan nei giorni della carestia; ma opera anche fuori di lui, in quel popolo ancora risparmiato.
Elia ha veramente compresso tutto ciò? Ahimè, "si coperse il volto col mantello", si fermò all'ingresso della spelonca, è, rivendicato il suo carattere di profeta, ripeté la sua accusa contro Israele: "Son rimasto io solo, e cercano di togliermi la vita…"
La risposta divina è commovente e solenne al tempo stesso. Ebbene, sta per giungere il momento del giudizio che tu invochi; va', ungi coloro che lo eserciteranno. Ma tu che ritieni di essere rimasto solo quasi che, dopo il tuo ritiro, non ci siano più testimoni, deporrai questo mantello di profeta e sarai messo da parte. Questo non significa che il ministerio profetico termini con te, come potresti pensare "Ungerai Eliseo, figliolo di Shafat, come profeta in luogo tuo". Io non rimarrò senza profeta. E non è tutto: in questo stesso momento, mentre tu dici di essere l'unico rimasto fedele, "io lascerò in Israele un resto di settemila uomini, tutti quelli il cui ginocchio non s'è piegato dinanzi a Baal, e la cui bocca non l'ha baciato". Elia non aveva saputo riconoscerli, avvolto nella dignità che effettivamente aveva ma che era pericoloso, per mancanza di benevolenza e di umiltà di cuore. Egli era il profeta giustamente separato, ma in realtà ha abbandonato questa posizione quando ha pensato e detto: "Sono rimasto io solo…".
Questi insegnamenti di tempi passati non hanno forse valore anche per oggi? "Son rimasto io solo… Noi siamo gli unici… Non c'è più testimonianza; dopo di noi, dove saranno i testimoni"? Quante volte queste tristi parole si fanno più o meno dichiaratamente udire! Dei cari cristiani pii, afflitti dalla rovina evidente, sembrano pronti a ritirarsi nel deserto, come se rinnegassero il popolo di Dio e come se potessero non appartenere più alla cristianità. È facile che si lascino così prendere dallo scoraggiamento, ma è anche facile che lo comunichino ad altri. "Prendici, Signore, non siamo meglio dei nostri padri". Avevamo forse pensato di esserlo?...
No, qualunque sia lo stato delle cose, Il Signore non rimane e non rimarrà senza fedeli. "Egli conosce quelli che son suoi". Soltanto lui sa, in maniera sicura, a chi può essere attribuito il nome di "testimone" secondo il carattere di Filadelfia, e davanti al quale la porta è aperta. Sta a noi ricercarli, riconoscerli e procacciare con loro la giustizia, la fede, l'amore e la pace. Sta anche a noi discernere, con rendimento di grazia, la pazienza del Signore verso di noi, verso la sua Chiesa colpevole e sulla quale i giudizi di Dio sono pronunciati ma alla quale Egli parla ancora, con il suono della dolce e sommessa.
«Io ti consiglio… Io riprendo e castigo quelli che amo… Io sto alla porta e picchio…». Noi, certo, già intravediamo il soffio del vento impetuoso, i prossimi colpi di tuono, il rumore della terra che trema, l'ardore del fuoco. I giudizi sono vicini. Ma «quel che lo ritiene» è ancora presente. Tutti gli sforzi del nemico, per quanto avanzato sia lo spirito dell'Anticristo, non sopprime la voce dello Spirito Santo che parla in grazia e fa dire alla sposa: «Vieni»; e mentre spinge chiunque ascolta a dire: «Vieni», invita chi ha sete a venire per prendere gratuitamente dell'acqua della vita.
Siamo noi abbastanza riconoscenti a Dio per come l'Evangelo viene sparso, in tanti modi diversi? Questo vorrebbe forse dire che qualcuno il quale ha capito che il posto del fedele è di «servire Dio» possa mischiarsi al mondo cristianizzato e alle sue false dottrine? Assolutamente no. La grazia non è mai dissoluzione, né mescolanza col male (2 Corinzi 6:14-18). Essa non giustifica mai il male, e come potrebbe venire a patti con falsi insegnamenti che screditano «la dottrina di Cristo» (2 Giovanni)? Il suo fondamento non è la legge, ma «l'amore nella verità», il solo vero amore (1 Pietro 1:22).
Lo zelo per la gloria di Dio e l'amore per le anime vanno di pari passo. Entrambi presuppongono la rinuncia ai nostri propri diritti. Il vero modello, anche in questo caso, è Colui che quaggiù è stato completamente separato da un mondo di peccato e, al tempo stesso, talmente accessibile a tutti da essere chiamato «l'amico dei peccatori». Da un lato si identificava con il popolo colpevole, Lui che era il vero Israele, e dell'altro ne era, moralmente, completamente isolato. La sua delizia era di fare la volontà di Dio; per questo il suo cammino fu solitario; ma era anche nei «santi ed eletti della terra», coloro nel cuore dei quali la Parola cresceva e portava frutto. Non sarebbe potuto passare accanto a quei settemila senza vederli, come ha fatto Elia, e senza occuparsi di loro. Al termine di un instancabile lavoro ha dovuto, a maggior ragione di Elia, dichiarare di avere «faticato inutilmente e per nulla consumato la sua forza» (Isaia 49:4). Però non muove accuse, come ha fatto il profeta scoraggiato. No. Egli dice piuttosto: «Ma certo, il mio diritto è presso l'Eterno, e la mia ricompensa è presso all'Iddio mio». Aveva davanti a Sé il risultato futuro della sua opera di cui non si vedeva ancora alcun frutto, e sorgeva il giorno in cui sarebbe stato dato per essere «la luce delle nazioni, lo strumento della salvezza di Dio fino alle estremità della terra» (v.6). in attesa di tutto questo, si avviva al compimento di quest'opera, soffrendo sulla croce per i suoi nemici.
"Che il Signore diriga i nostri cuori all'amore di Dio e alla paziente aspettazione di Cristo". Dobbiamo camminare evitando questi scogli che si chiamano settarismo e mondanità, durezza di cuore e compromesso. Per procedere su questa strada ed essere approvati dal Signore, lo stato interiore dei testimoni deve essere dell'altezza della testimonianza alla quale sono chiamati.
PENSIERO
Questo è il segno evidente dell'azione dello Spirito Santo nel credente: il Signore Gesù ha un posto che prima non aveva. Se siamo pieni dello Spirito, non abbiamo altro pensiero che Cristo, nessun altro scopo che Cristo, nessun'altra volontà che la sua, nessun alto desiderio che i suoi desideri.

Se uno sbaglia, è meglio mostragli la verità che puntare il dito sul suo errore. Quando si segnala brutalmente un errore, raramente si raggiunge la coscienza; anzi, si provoca dell'irritazione perché si risveglia la suscettibilità della carne.
L’Evangelo in un versetto
Di Cesare Casarotta
Perché Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna”.
Questo passo è uno dei più conosciuti dell’intera Bibbia. Abbiamo però veramente soppesato ogni parola di questo versetto che è definito l’Evangelo in miniatura?
Il compendio di tutto l’evangelo? Da dove si parte? Da Dio. Dio è l’origine non solo della vita fisica, della creazione, è l’origine di tutto. Dio si mette in azione, mosso da che cosa? Dio ha tanto amato, mosso dall’amore non c’è altra motivazione, non ha potuto ricercare che in sé stesso i motivi per muoversi. Dio ha amato, quanto ha amato? Dio ha tanto amato. Qual è la misura di questo tanto? Ha tanto amato fino al punto di dare colui che amava, colui che amava da sempre, il centro del suo amore da ogni eternità: il Suo Diletto e Unico Figlio. Ma chi ha amato? Ha amato il mondo.
Che cos’è il mondo? È l’insieme degli uomini di ogni tempo, uomini ribelli uomini perduti, uomini che non avevano un pensiero per lui, uomini che non avevano diritti, uomini che erano destinati al giudizio inevitabilmente. Ebbene Dio ha amato questo mondo così come eravamo, ha amato dei nemici. Dio ha mandato il Suo figlio, perché desse la sua vita per dei nemici. Per un uomo dabbene qualcuno avrebbe il coraggio di morire, ma così non è stato.
Chi ha mandato? Chi ha dato? Di chi si è privato? Ha dato il suo unico Figlio. Chi era colui che Dio ha dato? È colui che Dio ha amato, che ama di un amore eterno al di sopra di ogni altro amore, al di là della misura del tempo, perché è un amore eterno nel passato per così dire, eterno nel futuro. Ma tutto questo aveva uno scopo, affinché, con lo scopo di, con un fine ben preciso da raggiungere, affinché chiunque. In questo chiunque sono racchiusi tutti gli uomini: le persone più abbiette, le persone più onorevoli, “chiunque” non c’è distinzione di grado di peccaminosità, di cultura, di istruzione, di razza, di tempo, “chiunque” in ogni momento in ogni ambiente, chiunque crede ecco la parte dell’uomo beneficiario di questo dono, che è definito inesprimibile, ineffabile, “sia ringraziato Dio del suo dono ineffabile”, così dice l’apostolo Paolo.
“Chiunque crede”, che cosa importante che concetto fondamentale questo credere nel Signore in quello che lui ha fatto vuol dire avere una vera fede in questo fatto unico grandioso nella storia dell’uomo, nell’eternità del dono di Dio che ha fatto. Chiunque crede, chiunque ha fede, vedete come è importante la vera fede perché questo fine che si propone Dio possa essere raggiunto, quella mano che si protende dal cielo, deve essere afferrata, perché questa relazione si stabilisca. Una relazione che non è solo per un momento, non è una relazione temporanea, è una relazione che non finisce più, perché i patti di Dio, i fini di Dio sono senza pentimento non c’è mai un retro pensiero, non si tirerà mai indietro. Quello che lui ha stabilito è stabilito per sempre. Non si tratta di credere ad una religione, se c’è qualcuno che pensa di essere salvato perché aderisce ad una religione che ritiene essere la più corretta è ancora perduto, ma se c’è qualcuno che crede in una persona, nell’unica persona che Dio ha dato, affinché i piani di salvezza di Dio potessero essere raggiunti, se c’è qualcuno che crede questa è la vera fede che fa si che lo scopo di Dio sia raggiunto. Occorre credere in una persona, se non l’avete ancora fatto, non in una religione.

L’evangelo non è una religione è la vera fede in una persona un’unica persona l’unico Figlio dell’unico Dio. Non perisca perché altrimenti l’ira di Dio rimane su chi non crede. Chi si rifiuta di credere l’ira di Dio rimane su di Lui. non perisca. Ma non solo non perisca, questo ma, stabilisce una contrapposizione: ma abbia vita, non solo non abbia la morte, non solo non abbia l’eterno allontanamento da Lui, ma abbia la vita. Quindi non solo l’assenza della morte, ma la presenza della vita qualche cosa di meraviglioso, di eterno, non una vita che finisce per quanto lunga possa essere, no una vita eterna, la vita di Dio! L’amore eterno, la vita eterna, Dio eterno, tutto quello che fa porta i suoi caratteri di quello che lui è. Questo è l’evangelo in un solo versetto.

2 Corinzi 1:3-4

2 "Il mio bambino è alla presenza del Dio d'amore"
"Ho sentito in me la dolcezza e la bontà di Dio quando ho gridato a Lui il mio dolore mentre leggevo la Bibbia seduta nella camera di Haddon. Quel Dio dolce e amorevole si è ripreso il mio piccolo in una sfera in cui è ormai nella piena sicurezza. Lì può conoscere pienamente tutto l'amore di Dio. Io, in quanto madre, non devo angosciarmi pensando al momento in cui è partito, perché so che è stato istantaneamente introdotto alla presenza del Signore in un luogo sicuro. Haddon ormai può vedere il Padre della misericordia e della grazia, e non potrà mai più essere malato.
Dio non ha promesso a quelli che gli appartengo un percorso rapido e facile verso il cielo, ma ci promette di condurci fin là. E fino a quel momento "Il Signore è vicino a quelli che hanno il cuore afflitto, salva gli umili di spirito" (o che hanno lo spirito abbattuto – Salmo 34:18).
Pur in lacrime e in giorno di grande tristezza, desideriamo che quelli che ci conoscono sappiano questo: noi resistiamo nel nostro dolore perché Gesù ha preso su di Sé la punizione del nostro peccato, perché Lui è risuscitato, perché Lui ha vinto la morte. Per il cristiano, la morte non è la fine. Ma per quelli che non hanno voluto accettare Gesù Cristo come loro Salvatore, la morte conduce al castigo eterno. Io prego che essi ascoltino la buona notizia dell'Evangelo oggi, e perché mettano la loro fiducia in Lui, il grande vincitore della morte"

24 L’Eterno ti benedica e ti guardi!
25 L’Eterno faccia risplendere il suo volto su te e ti sia propizio!
26 L’Eterno volga verso te il suo volto, e ti dia la pace!

Numeri 6


1 "La nostra gioia eterna è ancora futura"

"Il Signore si è ripreso il nostro piccolo Haddon. Poco prima della sua morte, siamo ancora riusciti a fargli ascoltare un cantico… L'ho tenuto fra le braccia per l'ultima volta, dicendogli che lo avremmo rivisto presto. L'ho passato a mio marito Ernie che gli ha sussurrato quel bel versetto: "Il Signore ti benedica…". Sono state le ultime parole che Haddon ha potuto udire.

Mentre tutte le nostre speranze di genitori svanivano nello smarrimento e nella tristezza, il Signore ci ha permesso di vivere la sua sepoltura con un sentimento di profonda pace. Temevo il momento in cui avrei visto la sua piccola bara calare nella fossa, ma quando quel momento è venuto Dio mi ha subito fatto vedere che il mio bambino non era più lì, che si trattava soltanto del suo corpo, senza il quale non avrebbe mai più sofferto. Dio mi ha ricordato che Gesù è risuscito dai morti, e così sarà anche per Haddon. Mai in vita mia avevo sperimentato una pace più reale. Guardavo attorno a me le numerose tombe di bambini e pensavo a quando un giorno saranno tutti rialzati perché Dio li risusciterà e si troveranno alla Sua presenza. Anche Haddon risusciterà è la nostra certezza per il nostro caro bambino. Ma la nostra gioia eterno è ancora futuro!

Il mio cuore straziato impara a credere che essere madre non è la mia felicità finale. Solo quando sarà davanti a Cristo, il popolo di Dio conoscerà la gioia eterna e perfetta, gioia che a tratti già pregustiamo sulla terra, a volta fra le lacrime".

La parola di Dio, una spada

Ch. Briem
In due versetti del Nuovo Testamento la Parola di Dio è presentata come una spada: in Ebrei 4 "una spada a doppio taglio", e in Efesini 6 "la spada dello Spirito".
La spada a doppio taglio
"Infatti la parola di Dio è vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l'anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore" (Ebrei 4:12).
La parola "infatti", all'inizio del versetto, si riallaccia all'esortazione e all'avvertimento del versetto precedente. Per entrare nel ripose di Dio ed essere guardati dal cadere a motivo della disubbidienza, dobbiamo porre mente alla Parola di Dio e ubbidirla. A questa Parola sono dati qui una serie di attributi; con crescente insistenza, essi mostrano la potenza che può avere in un'anima. Passo dopo passo va da quello che è più generale verso quello che è più personale.
Prima di tutto la Parola di Dio è vivente; proviene dal Dio vivente e porta il carattere della Sua sorgente. Pietro parla della "vivente e permanente Parola di Dio" come essendo il mezzo per il quale Dio ci ha rigenerati (1 Pietro 1:23). Questo significa che la Parola manifesta una potenza viva; produce la vita ed è ancora oggi la stessa Parola di quando è venuta a noi per la volontà di Dio.
Poi è detto che la Parola è efficace. Questo vuol dire che è attiva, esercita la Sua influenza sull'anima e vi produce degli effetti, che sono i risultati in vista dei quali è stata data. "Così è della mia parola, uscita dalla mia bocca" – aveva detto Dio tramite il profeta Isaia parlando della pioggia che scende dal cielo – "essa non torna a me a vuoto, senza aver compiuto ciò che io voglio e condotto a buon fine ciò per cui l'ho mandata" (Isaia 55:11).
L'espressione "più affilata di qualunque spada a doppio taglio" richiama la nostra attenzione sul potere di penetrazione di questa spada; per mezzo del doppio taglio la sua penetrazione è maggiore. Questo mette in risalto la Sua efficacia. Arriva fino "a dividere l'anima dallo spirito, le giunture dalle midolla". Quando "l'anima" e "lo spirito" si trovano così menzionati l'uno accanto all'altro si tratta soltanto delle due parti invisibili dell'uomo (cfr. 1 Tessalonicesi 5:23). L'anima è l'elemento inferiore, sede dei sentimenti come pure della personalità e della responsabilità; lo "spirito", invece, è l'elemento più elevato che il creatore ci ha dato, tramite il quale possiamo relazionarci con Lui. "Infatti chi, tra gli uomini, conosce le cose dell'uomo se non lo spirito dell'uomo che è in lui?" (1 Corinzi 2:11).
Non è raro che lo spirito del credente sia assoggettato, e anche dominato dall'anima, cosa che può turbare il discernimento. In questo caso è una cosa particolarmente utile che questa spada a due tagli si insinui fino a dividere l'anima dallo spirito mettendo ogni cosa al proprio posto. Il cristiano fedele apprezzerà questa penetrazione della Parola di Dio nel suo essere interiore, anche se in certi casi lo porta a doversi umiliare. Così la Parola divina "giudica i sentimenti e i pensieri del cuore", ed esamina il nostro essere interiore nella maniera più completa.
La spada dello Spirito
In Efesini 6, paolo parla del combattimento cristiano e dell'armatura che dobbiamo rivestire. Questo combattimento non è contro l'uomo – "il sangue e la carne – ma "contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità che sono nei luoghi celesti "(v.12). Satana e i suoi angeli cercano in continuazione di toglierci la comunione con Dio e la gioia delle nostre benedizioni in Cristo. Per resistere ai suoi subdoli attacchi, i mezzi umani come la logica, la perspicacia, la forza di carattere o l'intelligenza sono assolutamente inutili. Possiamo soltanto trovare la forza "nel Signore e nella forza della Sua potenza" (v.10). Saremo vincitori nel combattimento solo se avremo rivestito "la completa armatura" spirituale che Dio mette a nostra disposizione.
Quest'armatura di Dio si compone di sei parti (v.14-17). "La spada dello spirito" è la sola parte offensiva di questo elenco, ed è menzionata per l'ultima: "Prendete anche… la spada dello Spirito che è la Parola di Dio" (v.17). per poterla usare in modo efficace contro il diavolo, il combattente deve prima di tutto essere egli stesso in un buono stato spirituale, altrimenti la spada diventa per lui un'arma senza impugnatura che lo ferisce. Come potremmo, per esempio, utilizzare con successo la Parola di Dio contro il nemico senza la moralità (la cintura della verità), senza una buona coscienza (la corazza della giustizia), la fiducia nell'amore di Dio (lo scudo della fede) o senza la certezza della salvezza (l'elmo della salvezza)? Se il credente non vive nella consapevolezza di essere davanti a Dio e di essere Suo, non avrà niente da opporre a Satana quando viene a tentarlo. È per questo che troviamo lo scudo e l'elmo menzionati prima della spada.
Quest'arma offensiva serve anche per la difesa perché possiamo far fuggire il nemico soltanto per mezzo di essa. È chiamata "la spada dello Spirito" perché è lo Spirito che può farcela usare in modo appropriato. Quante volte abbiamo fatto l'esperienza che lo Spirito ci ha messo davanti un passo biblico che era proprio quello di cui avevamo bisogno, al momento giusto, quanto eravamo provati o tentati! È per questo che non confidiamo in noi stessi e nelle nostre conoscenze bibliche, ma nello Spirito Santo che abita in noi. Abbiamo bisogno, è vero di conoscere la Parola per potercene servire, ma abbiamo bisogno del soccorso dello Spirito per farne un uso appropriato.
"Prendete… la spada dello Spirito che è la Parola di Dio". Ecco quello che dobbiamo imparare. Soltanto la Parola di Dio utilizzata nella potenza dello Spirito può vincere il nemico. La parola greca qui utilizzata non indica la Parola di Dio nel suo complesso, ma delle parole specifiche tratte della Parola scritta. In ogni circostanza in cui dobbiamo maneggiare la spada, abbiamo bisogno della parola precisa, uscita dalla bocca di Dio, che è appropriata e che lo Spirito ci dà per quel momento preciso.
Abbiamo l'esempio perfetto nel nostro Signore. Tentato da Santana nel deserto, gli ha sempre risposto con la Parola di Dio: tre volte gli ha detto "sta scritto" citando una parola appropriata alla situazione. Già alla prima tentazione, gli ha risposto con una citazione di Deuteronomio 8: "Non di pane soltanto vivrà l'uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio" (Matteo 4:4).
La Parola di Dio, in Efesini 6 designa dunque una precisa parola che lo Spirito Santo ci fornisce nel nostro combattimento contro il nemico. È proprio perché è "uscita dalla bocca di Dio" che la Parola è la spada dello Spirito, quella che può vincere il nemico di Dio e degli uomini. Questo deve darci coraggio e certezza. Tuttavia facciamo sempre attenzione a servirci delle parole di Dio come Lui le ha dette; ogni modifica indebolisce la loro forza e diminuisce il taglio della spada.

La Parola di Dio è un'arma potente che il Signore ha messo nelle nostre mani ed è soltanto rimanendo fermi nella potenza dello Spirito che potremo servicene con cognizione di causa e resistere alle innumerevoli tentazioni di Satana; così lo vinceremo ed egli fuggirà da noi (Giacomo 4:7). Che il Signore ci aiuti in questo! 
Numeri 6:24-26

"La nostra gioia eterna è ancora futura"

"Il Signore si è ripreso il nostro piccolo Haddon. Poco prima della sua morte, siamo ancora riusciti a fargli ascoltare un cantico… L'ho tenuto fra le braccia per l'ultima volta, dicendogli che lo avremmo rivisto presto. L'ho passato a mio marito Ernie che gli ha sussurrato quel bel versetto: "Il Signore ti benedica…". Sono state le ultime parole che Haddon ha potuto udire.Mentre tutte le nostre speranze di genitori svanivano nello smarrimento e nella tristezza, il Signore ci ha permesso di vivere la sua sepoltura con un sentimento di profonda pace. Temevo il momento in cui avrei visto la sua piccola bara calare nella fossa, ma quando quel momento è venuto Dio mi ha subito fatto vedere che il mio bambino non era più lì, che si trattava soltanto del suo corpo, senza il quale non avrebbe mai più sofferto. Dio mi ha ricordato che Gesù è risuscito dai morti, e così sarà anche per Haddon. Mai in vita mia avevo sperimentato una pace più reale. Guardavo attorno a me le numerose tombe di bambini e pensavo a quando un giorno saranno tutti rialzati perché Dio li risusciterà e si troveranno alla Sua presenza. Anche Haddon risusciterà è la nostra certezza per il nostro caro bambino. Ma la nostra gioia eterno è ancora futuro!

Il mio cuore straziato impara a credere che essere madre non è la mia felicità finale. Solo quando sarà davanti a Cristo, il popolo di Dio conoscerà la gioia eterna e perfetta, gioia che a tratti già pregustiamo sulla terra, a volta fra le lacrime".

Ascesa o decadenza?

Queste sono le origini dei cieli e della terra quando furono creati. Nel giorno che Dio il SIGNORE fece la terra e i cieli...non c'era alcun uomo per coltivare il suolo; ma un vapore saliva dalla terra e bagnava tutta la superficie del suolo. Dio il SIGNORE formò l'uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l'uomo divenne un'anima vivente” Genesi 2:4-7.
L'essere umano non è, come alcuni si compiacciono di immaginarlo, un essere partito dal basso dalla scala degli esseri viventi e che di progresso in progresso, nel corso di milioni di anni di evoluzione ascendente, prosegue la sua marcia trionfale verso una specie di deificazione finale. È proprio il contrario ad essere vero.
Perfettamente adatto al ruolo che il suo Creatore gli riservava come amministratore del suo meraviglioso universo, l'uomo ha incessantemente continuato a decadere e tutte le risorse della sua intelligenza non hanno potuto arrestare né compensare il suo declino morale. È così che ha continuato ad avanzare verso quegli abissi di violenza e immoralità che oggi vediamo.
Dio aveva creato un mondo meraviglioso e li in mezzo aveva posto un giardino. Potremmo dire: un giardino nel giardino. Niente lavoro, niente violenza e animali in pace fra loro e con l'uomo, ed è da qui che inizia la discesa del genere umano. È questo il momento della disubbidienza e dell'allontanamento da Dio. Da lì in poi un cammino in discesa verso l'abisso.
Il peccato è entrato nel mondo a causa dell'uomo e con esso la morte, la sofferenza: “Alla donna disse: ...con dolore partorirai figli... Ad Adamo disse: ... il suolo sarà maledetto per causa tua; ne mangerai il frutto con affanno, tutti i giorni della tua vita” Genesi 3:16-17.
Il primo vagito del bambino che viene al mondo pone già il problema della sofferenza. Questa non ha bisogno di essere chiamata, ha libero accesso in questo mondo e non risparmia nessuno. Arriva quando non la si attende e s'infiltra nella nostra vita per ricordarci quanto siamo fragili. Spesso giunge dai dispiaceri che gli uomini si infliggono gli uni gli altri a causa delle loro ambizioni, della violenza e dell'orgoglio. La creazione, sulla quale l'uomo aveva un dominio è stata trascinata giù con lui e anch'essa soffre ed è in travaglio. “Sappiamo infatti che fino a ora tutta la creazione geme ed è in travaglio” Romani 8:22.
Il cammino inizia da un giardino dei giardini e si continua fra un mondo sempre più in rovina, pieno di sangue e violenza. Tutto questo, l'uomo, continua a chiamarlo “evoluzione”. Dio non ha smesso di cercare l'uomo, di chiamarlo. Desidera cambiare il suo cuore ricondurlo a sé riportare luce, ordine in un cuore confuso e pieno di tenebre.
Ascoltate l'appello di Dio, non fuggite ma accettate il Suo dono.

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