Esortazioni



Trasformati

ALESSIO PANCANI·VENERDÌ 15 GENNAIO 2021·

E noi tutti, a viso scoperto, contemplando come in uno specchio la gloria del Signore, siamo trasformati nella sua stessa immagine”2 Corinzi 3:18.

La caratteristica principale del cristiano è questo stare allo scoperto davanti a Dio, senza nulla che si frapponga e faccia velo, così che la sua vita divenga uno specchio per gli altri.

Se un cristiano abita così vicino a Cristo te ne accorgi, senti che esso rispecchia sempre più i caratteri di Cristo.

Diffidiamo di ciò che può oscurare questo specchio che è in noi. La regola d'oro per noi è tenere sempre scoperta la nostra vita davanti a Dio. Non permettiamo mai a nessuna cosa di oscurare questo riflesso di Cristo che ciascuno di noi è chiamato a riprodurre.

Quando questo dovesse accadere la Scrittura ci dà delle precise indicazioni a riguardo: “Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità” 1 Giovanni 1:9.

Atteggiamenti sbagliati

ALESSIO PANCANI·LUNEDÌ 11 GENNAIO 2021·

...chiunque vorrà essere grande fra voi, sarà vostro servitore; e chiunque, tra di voi, vorrà essere primo sarà servo di tutti” Marco 10:43-44.

Quando Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, si confrontarono con il Signore Gesù, l'antitesi fra questi e loro era quasi totale: Lui era venuto per dare e per servire, loro volevano ricevere e comandare. Oggi noi siamo davanti alla stessa alternativa.

Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, si avvicinarono a lui, dicendogli: Maestro, desideriamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo” (v.35).

La loro richiesta potrebbe benissimo figurare nel guiness dei primati come la peggiore preghiera mai verbalizzata nella Scrittura, perché sarebbe difficile superare un così vistoso egocentrismo. Immaginando che ci sarebbe stato una corsa alquanto profana ai posti più importanti del regno, quindi ritenevano prudente prenotarsi. La loro preghiera era un tentativo di piegare la volontà di Dio alla propria, mentre la vera preghiera equivale ad arrendere la propria volontà a quella di Dio.

In secondo luogo, c'è la scelta fra il potere e il servizio. Chiesero al Signore di poter sedere ai suoi due lati nel regno. Su cosa immaginavano di sedere? Sul pavimento? Su panche o su sgabelli? No, si aspettavano sicuramente di sedere su dei troni. Provenivano da una famiglia della classe media, avevano una attività di pesca con persone a loro servizio e pensavano di, non solo mantenere, ma addirittura accrescere la loro posizione con l'avvento del regno. In altre parole il commento del Signore fu: “Voi sapete che quelli che sono reputati prìncipi delle nazioni le signoreggiano e che i loro grandi le sottomettono al loro dominio. Ma non è così tra di voi” (v.42-43).

La nuova comunità del Signore è organizzata su un principio diverso: servizio non potere, umiltà non autorità. Inoltre, indicava loro che nel mondo ci sono due diverse gamme di valori, il simbolo dell'una è il trono, il simbolo dell'altra è la croce.

Uno specchio che non mente

ALESSIO PANCANI·VENERDÌ 1 GENNAIO 2021·

da Parole di Grazia

In un hotel del sud della Germania, nell’atrio d’entrata, c’è una porticina con questa scritta: “La cosa più importante per noi”. Incuriosito, apro la piccola porta e, con grande sorpresa, vedo uno specchio che riflette la mia immagine! Il messaggio è chiaro: per la direzione di quell’albergo la cosa più importante è il cliente.

La Bibbia può essere paragonata a uno specchio. Quando la leggiamo, scopriamo la nostra immagine, ci vediamo come siamo. La Bibbia è uno specchio che non riflette il nostro aspetto esteriore, ma la nostra immagine interiore, lo stato delle nostre coscienze. Possiamo essere giovani o vecchi, belli o brutti, ma la Parola di Dio mette in evidenza le cose che ci accomunano: il nostro egoismo, il nostro orgoglio, le nostre cattive inclinazioni, come pure le nostre cattive azioni; insomma, il nostro stato di peccatori. Tutto viene descritto in modo sorprendentemente realistico. Persino nei racconti che si riferiscono a credenti, la Bibbia non nasconde le loro debolezze e i loro errori.

Dio ci dice la verità, senza riguardi personali e senza fare sconti a nessuno: “Chi è mai l’uomo per essere puro, il nato di donna per essere giusto?” (Giobbe 15:14); “Certo, non c’è sulla terra nessun uomo giusto che faccia il bene e non pecchi mai” (Ecclesiaste 7:20); “Il Signore ha guardato dal cielo per vedere se c’è una persona che ricerchi Dio. Tutti si sono sviati, tutti sono corrotti, non c’è nessuno che faccia il bene, neppure uno” (Salmo 14:2-3). Questa amara constatazione porta l’apostolo Paolo a dire: “tutti sono privi della gloria di Dio” (Romani 3:23).

Cosa fare? Nelle favole che si raccontano ai bambini, la regina che si crede più bella di quanto lo specchio rivela, manda lo specchio in frantumi. Ma questo non cambia le cose, anzi le aggrava. È ciò che fanno tante persone: mettono la Bibbia da parte, si rifiutano di leggerla, la denigrano, negano che sia la Verità rivelata da Dio. Peccato! Se accettassero umilmente il suo responso e continuassero a leggerla, si aprirebbe davanti ai loro occhi e ai loro cuori un orizzonte infinito di benedizioni. Essa ci rivela che Dio odia, è vero, il peccato, ma ama il peccatore. Ama tutti noi. E il Suo amore è così grande che, perché fossimo salvati, ha inviato il Suo unico Figlio, Gesù Cristo, a morire su una croce.

Se consideriamo il Signore come lo specchio della Parola di Dio lo evidenzia, non vediamo in Lui altro che perfezioni. Il suo aspetto fisico non è descritto nei Vangeli, ma nel Libro del profeta Isaia leggiamo che “non aveva forma né bellezza da attirare i nostri sguardi, né aspetto tale da piacerci” (53:2). La sua bellezza era morale; Egli era “senza peccato”, ubbidiente a Dio “fino alla morte”, votato al bene dell’umanità e con una missione straordinaria da compiere: la salvezza dei peccatori!

“Noi tutti eravamo smarriti come pecore, ognuno di noi seguiva la propria via; ma l’Eterno ha fatto cadere su di Lui l’iniquità di noi tutti” (Isaia 53:5).

Guarda la tua immagine nello specchio della Bibbia, caro lettore; riconosci che ha ragione nelle cose che rileva e pentiti dei tuoi peccati. Ma poi, accetta il dono che Dio ti fa: la salvezza per grazia, mediante la fede! (Efesini 2:8).

Sedotti

ALESSIO PANCANI·MARTEDÌ 22 DICEMBRE 2020·

Nessuno, quand'è tentato, dica: «Sono tentato da Dio»; perché Dio non può essere tentato dal male, ed egli stesso non tenta nessuno; invece ognuno è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce. Poi la concupiscenza, quando ha concepito, partorisce il peccato; e il peccato, quando è compiuto, produce la morte” Giacomo 1:13-15.

L'uomo è sempre pronto a sottrarsi alla responsabilità delle proprie colpe. Spesso, anche i cristiani hanno le idee confuse e di fronte a certe cadute, anziché riconoscere la loro mancanza di vigilanza finiscono per attribuire le colpe a Dio. “L'uomo rispose: La donna che tu mi hai messa accanto, è lei che mi ha dato del frutto dell'albero, e io ne ho mangiato” Genesi 3:12.

Nessuno... Giacomo afferma che, nella maniera più assoluta, Dio non può tentare nessuno. Un altro modo di scaricare le nostre responsabilità consiste nell'incolpare Satana. Certo non possiamo dimenticare la sua azione ma questo non deve servire per scaricare le nostre responsabilità. “ognuno è tentato dalla propria concupiscenza”.

La concupiscenza attrae e seduce. Linguaggio della pesca. Il pescatore per attrarre il pesce e farlo abboccare all'amo deve ricoprirlo con un'esca appetitosa, qualcosa che piace al pesce e il problema è che il pesce è sempre in cerca di cibo. Dobbiamo solo essere attenti a quale cibo stiamo ricercando. Noi non siamo delle vittime inermi delle nostre concupiscenze.

Sansone fece la sua scelta quando disse a suo padre: “prendimela perché mi piace” Giudici 14:3.

La concupiscenza concepisce.... partorisce il peccato, ecco cosa succede quando anziché scacciare il pensiero, lo favoriamo, lo alimentiamo e ne troviamo piacere. Il peccato non è sterile, porta con sé delle conseguenze: produce la morte. Nella Bibbia la morte ha spesso il significato d'interruzione della comunione con Dio. Comunione che può essere ristabilita con la confessione sincera del nostro peccato.

Davide, cosciente del suo stato, chiese: “Rendimi la gioia della tua salvezza” Salmo 51:12.

Dobbiamo ben stare attenti a noi stessi e al nostro cammino. La Parola di Dio, se letta e ritenuta con sincerità può ben aiutarci in questo.

La Bibbia o ti terrà lontano dal peccato o il peccato ti terrà lontano da questo libro.

Chi sono i ricchi?

ALESSIO PANCANI·MERCOLEDÌ 25 NOVEMBRE 2020·

Viviamo in un tempo in cui il malcontento distrugge in molti cuori ogni gioia. Desideri nuovi e a volte insensati, alimentati da cattivi sentimenti come invidia, gelosia, contesa e amore per il denaro rovinano la vita spirituale. La ricerca della ricchezza, come la Bibbia ci insegna, affonda l'uomo: “quelli che vogliono arricchire cadono vittime di tentazioni, di inganni e di molti desideri insensati e funesti, che affondano gli uomini nella rovina e nella perdizione” 1 Timoteo 6:9.

Quando lo sguardo è intento prevalentemente alle cose che passano, i tormenti non finiscono più. Ed essere scontenti è già essere poveri. Il denaro, la ricchezza esercitano sempre una grande attrattiva sul nostro cuore. Pensiamo alla storia di Lot. Per aver concupito la pianura irrigata del Giordano finì a Sodoma.

Sorse perciò una contesa fra i pastori del bestiame di Abramo e i pastori del bestiame di Lot. (causa i loro beni) ... Lot alzò gli occhi e vide l'intera pianura del Giordano...essa era tutta irrigata fino a Soar, come il giardino del SIGNORE, come il paese d'Egitto.” Genesi 13:7-10.

La prima considerazione: che viene spontanea dopo la lettura di questo versetto è la seguente: Quanto bisogna alzare gli occhi per scorgere una pianura? Poco. Vero?

Se il nostro cammino è fatto di liti (v.7) di scelte sbagliate (v.8) vuole dire che il nostro sguardo non si solleva più il là delle cose di questa terra. Abbiamo perso di vista Dio.

Seconda considerazione: A Lot quella pianura pareva: “come il giardino del SIGNORE, come il paese d'Egitto”. Non era più in grado di distinguere la differenza fra due cose così opposte. Il Signore, il mondo.

È questa la strada da percorrere per essere felici?

Col denaro si ottiene l'abbondanza non la soddisfazione. È vero che nel mondo nel quale viviamo non c'è quasi nulla che si possa avere senza denaro. Per tutto è previsto un prezzo; persino il valore della vita di un uomo è calcolato con apposite tabelle dalle compagnie assicurative, ma vi sono dei beni che restano al di fuori di ogni possibile valutazione. Con i soldi si può comprare una casa ma non la felicità, puoi acquistare dei tranquillanti ma non la pace interiore, il comfort non la felicità. Puoi assicurarti un posto lussuoso al cimitero, ma non nel cielo.

Chi sono dunque i ricchi? Quanti riconoscono la loro miseria morale e accettano da Dio il suo dono. Questo dono ha avuto un prezzo altissimo, il prezioso sangue di Cristo, che è stato pagato per la nostra eterna felicità. Chi ascolta e accetta l'invito di Dio otterrà la pace e la gioia. Il giovane ricco udì le parole del Signore e se ne andò tutto triste eppure aveva molti beni (Luca 18) mentre l'eunuco dove aver ascoltato e accettato ciò che Filippo l'evangelista gli aveva detto proseguì il suo cammino tutto allegro.

La risurrezione dei credenti

DANIELE CALAMAI·LUNEDÌ 12 OTTOBRE 2020·

“Così è pure della risurrezione dei morti. Il corpo è seminato corruttibile e risuscita incorruttibile; è seminato ignobile e risuscita glorioso; è seminato debole e risuscita potente; è seminato corpo naturale e risuscita corpo spirituale. Se c'è un corpo naturale, c'è anche un corpo spirituale” (1 Corinzi 15:42-44)

Quando un credente muore, il suo corpo è messo nella tomba. Il processo di decomposizione inizia ed il corpo ritorna alla polvere. Quando il corpo risuscita non è più soggetto a corruzione: è incorruttibile.

Davanti alla morte siamo tutti uguali. Essa non tiene nessun conto del nostro stato sociale, dell’educazione, della ricchezza o del potere. Prendete un uomo che in questa vita sia stato influente sia in parole che in azioni, che abbia avuto grande autorità sugli altri uomini, quando muore che ne sarà di tutte le sue capacità, della sua conoscenza, del suo potere? Ha lasciato tutto dietro di sé ed il suo corpo giace nella morte totalmente impotente. Ma il credente che muore, anche se forse aveva suscitato disprezzo e rifiuto in questo mondo, sarà risuscitato in gloria ed in potenza.

Il corpo che noi mettiamo nella tomba è un corpo fisico. Noi sappiamo che il nostro è un corpo fisico, perché è la nostra condizione attuale. Siamo coscienti delle sue numerose limitazioni, delle sue debolezze e dell’incertezza quanto alla durata della sua vita in questo mondo. Quando il corpo di un credente risuscita non è uno spirito, ma un corpo spirituale. Come possiamo sapere a cosa assomiglia un corpo spirituale? Considerate il Signore Gesù dopo la Sua risurrezione dai morti. Ha mangiato in presenza dei Suoi discepoli e poteva anche mostrare i segni delle ferite della crocifissione (Luca 24:39-43), tuttavia non era limitato dalle restrizioni fisiche consuete. Entrò dai discepoli quando erano radunati in un locale chiuso e poi è uscito ma senza passare dalla porta.

Il corpo del credente sarà un corpo spirituale, simile al corpo del Signore risuscitato dai morti. “E come abbiamo portato l'immagine del terrestre, così porteremo anche l'immagine del celeste” (1 Corinzi 15:49). Che meraviglioso cambiamento attende coloro che udranno “l’ordine” dal Signore stesso (cfr. 1 Tessalonicesi 4:16-17)!

La torre di Babele

DANIELE CALAMAI·SABATO 14 NOVEMBRE 2020·

“Poi dissero: “Venite, costruiamoci una città e una torre la cui cima giunga fino al cielo; acquistiamoci fama, affinché non siamo dispersi sulla faccia di tutta la terra” (Genesi 11:4)

Dopo il diluvio gli uomini si sono consultati ed hanno deciso di costruire una città che gli avrebbe permesso di rimanere uniti ed hanno voluto costruire anche una torre la cui sommità arrivasse al cielo simbolo della fierezza della loro impresa. Attraverso gli anni, queste intenzioni hanno continuato ad influenzare i pensieri degli uomini. Dio è lasciato da parte e l’uomo preferisce impiegare le sue proprie capacità per fare dei piani allo scopo di arrivare al traguardo che si è prefissato.

Allora, l’Eterno scese per vedere quello che facevano gli uomini. Tutto quello che facevano era un insulto al Dio vivente! Che fare? Gli uomini, a quel tempo, avevano uno stesso linguaggio e Dio ha messo nella loro bocca linguaggi diversi, così si sono separati gli uni dagli altri e dispersi a causa di questa divisione delle lingue. A sua volta anche la città, simbolo del loro tentativo, è stata chiamata “Babele”, cioè: “confusione” e diventerà una figura della corruzione della cristianità, la Babilonia del Nuovo Testamento che cercherà l’unità mettendo da parte i pensieri di Dio.

Ma nel secondo capito degli Atti degli apostoli, vediamo la magnifica opera di Dio quando invia lo Spirito Santo, riempiendo tutta la casa in cui i discepoli erano radunati. “Tutti furono riempiti di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro di esprimersi” (Atti 2:4). È un meraviglioso ribaltamento di quello che era stato fatto alla torre di Babele. Il lavoro dell’uomo aveva avuto per risultato una completa disunione, ma ora, per mezzo dell’evangelo che tutti potevano capire e per una fede vivente nel Signore Gesù, lo Spirito di Dio lavorava per salvare e riunire in una unità perfetta coloro che in precedenza si erano allontanati da Dio e dispersi. È l’unità che ingloba tutti i credenti sotto il cielo, tutti coloro che sono stati battezzati per mezzo di un solo Spirito per formare il Corpo di Cristo (1 Corinzi 12:13). Effettivamente una bella unità!

Simboli

ALESSIO PANCANI·MERCOLEDÌ 4 NOVEMBRE 2020·

Egli ha portato i nostri peccati nel suo corpo, sul legno della croce” 1 Pietro 2:24.

Quante cose si sono fatte della croce!

Come ornamento appesa a una catenina sta producendo molti guadagni alle gioiellerie. I bulli se la fanno tatuare sul braccio e altri la usano come talismano o portafortuna; proprio come chi usa un ferro di cavallo o un segno dello zodiaco.

Altri sembrano vedere nella croce una specie di arma segreta o di scongiuro per difendersi dalle influenze maligne. I calciatori sudamericani si fanno il segno della croce prima della partita, dopo aver segnato un gol o, dopo una sostituzione, come se questo rituale influisse sulla loro vittoria o sconfitta.

La maggior parte delle persone, però, vede nella croce un simbolo di pietà religiosa e la associa al battesimo, alle nozze, al funerale, alla chiesa, alla cappella o al cimitero.

C’è gente alla quale ribolle il sangue nelle vene quando si evoca la croce. La disprezzano e si arrabbiano perché hanno compreso che altro non è se non una specie di forca o un altro simile strumento di esecuzione capitale. Non concepiscono come si possa essere così stolti da scegliere come simbolo della fede cristiana proprio un segno di morte.

La scelta di una croce da parte dei cristiani come simbolo della loro fede, è sorprendente se ricordiamo l'orrore col quale la crocifissione era considerata nel mondo antico. Possiamo capire perché “il messaggio della croce” di Paolo era per molti dei suoi ascoltatori “scandalo”, persino “pazzia” (1 Cor. 1:18, v.23). Eppure esso fu scelto dai cristiani come elemento centrale della loro comprensione di Cristo. Non la nascita, né la sua gioventù, non l'insegnamento né il servizio, non i suoi molti miracoli né il regno, ma la sua morte, la sua crocifissione.

Paolo non esitò a definire l'evangelo che predicava “il messaggio della croce”, il suo ministerio la predicazione “del Cristo crocifisso”. Il Signore l'accettò e dovette abbassarsi fino ad essa “disprezzando l'infamia” (Ebrei 12:2).

Egli morì per noi. Oltre che necessaria e volontaria, la sua morte era altruistica e beneficiaria. Egli l'affrontò nel nostro interesse, non nel suo, certo di assicurarci così un beneficio che non poteva esserci garantito altrimenti. Ma tutto questo sembra essere svanito. L'uomo ha svuotato la croce di tutti i suoi valori e ne ha fatto un oggetto da bigiotteria, un talismano, ma la croce è il centro del cristianesimo è la risposta di Dio ai bisogni dell'uomo, l'accettazione dell'opera compiuta su di essa è e rimane l'unica via di salvezza per ogni uomo.

Sportivi?

ALESSIO PANCANI·GIOVEDÌ 27 AGOSTO 2020·

Non sapete che coloro i quali corrono nello stadio, corrono tutti, ma uno solo ottiene il premio? Correte in modo da riportarlo” 1 Corinzi 9:24.

L'apostolo Paolo non si rivolge a dei credenti particolari, in apparenza più affidabili di altri. Le sue raccomandazioni si riferiscono a tutti i credenti. Sono numerose attualmente le competizioni seguite con entusiasmo da un grande pubblico. Ma c'è il rischio di rassomigliare a degli sportivi da camera, davanti alla loro televisione, che si accontentano di ammirare dei giocatori scesi in campo. La Bibbia non ci invita ad applaudire degli “atleti” cristiani, ma a imitare la loro fede (Ebrei 12:7).

Certo la cosa richiede non solo un'affezione per le attività “sportive” ma anche la volontà di partecipare. Quindi preparazione e rinuncia a tutto ciò che potrebbe compromettere la nostra corsa.

Ma questo non è l'unico esempio che potremmo fare.

quelli che sperano nell'Eterno acquistano nuove forze, s'alzano a volo come aquile; corrono e non si stancano, camminano e non s'affaticano” Isaia 40:31.

Tra le numerose specie di uccelli che popolano la terra, alcuni sono cattivi volatori come i gallinacei capaci di fare solo alcuni balzi per staccandosi da terra alcuni metri; altri non volano affatto per l'esiguo sviluppo delle loro ali e l'eccessivo peso del corpo come lo struzzo o l'emu. Mentre il termine “uccello” evoca la leggerezza e la capacità di lunghi spostamenti in volo, proviamo compassione nel vedere questi animali pesanti che manifestano un comportamento così “terrestre”.

Ali inutili.

Legati al suolo non possono utilizzare le loro ali. Non è questa un'immagine colpente di numerosi cristiani? Sembrano ignorare la loro vocazione celeste, si sono lasciati appesantire dalle cose di quaggiù. Il loro cammino, i loro obiettivi non si elevano mai al di sopra del mondo visibile, le ali si sono atrofizzate. Il loro cristianesimo si limita ad indossare solo delle piume, ha perso la chiamata reale della fede che invita ogni cristiano a seguire il Signore Gesù che non è venuto sulla terra per camminare come tutti gli altri uomini ma per fare la volontà del Padre.

Le dieci porte di Gerusalemme

Nehemia cap. 3

Quando il residuo di Giuda ritornò dalla cattività di Babilonia a Gerusalemme, era molto debole e circondato dai nemici. Tuttavia, animati dall'ardente desiderio di piacere a Colui che li aveva ricondotti dall'esilio, decisero di ricostruire le mura della santa città e le porte che erano state arse dal fuoco. Occupiamoci di queste, cercando quali siano le lezioni che lo spirito di Dio vuole darci.

1 La porta delle pecore

«Elisascib, sommo sacerdote, si levò coi suoi fratelli sacerdoti, te costruirono la porta delle pecore» (v.1).

La prima porta riparata è questa, che ci ricorda l'amore del Buon Pastore per le sue pecore. Beato chi ha ascoltato la sua voce e può dire: «Il Signore è mio Pastore». Venuto a cercare le sue pecore. Lui il buon Pastore, ha dato la sua vita per loro «affinché abbiano la vita e l'abbiano ad esuberanza» (Giovanni 10:10). Che amore infinto racchiude questa parola «le mie pecore»; quale abbassamento per il creatore del mondo, davanti al quale si prostrano velandosi la faccia le creature celesti, che per avere dei compagni nella gloria è sceso nelle profondità della morte, da dove fu poi elevato alla destra della Maestà dei cieli.

In questo vasto universo, creato della sua Parola e sostenuto della sua potenza, vi è una sola categoria di persone chiamate «suoi»: sono coloro che ascoltano la sua voce e lo conoscono come il loro Pastore e Salvatore. «Io sono il buon Pastore e conosco le mie e le mie mi conoscono» (v.14).

Cari lettori, fate voi parte di quel beato «gregge» che il Pastore conduce alla dimora celeste e che già quaggiù gode la vita, il nutrimento e la libertà? Dobbiamo entrare dalla porta in questo recinto benedetto: «Io sono la porta; se uno entra per me, sarà salvato» (v.9). Ed è anche Lui la porta della città celeste: «Beati coloro che lavano le loro vesti per aver diritto all'albero della vita e per entrare per le porte nella città» (Apocalisse 22:14).

2 La porta dei pesci

«I figliuoli di Senaa costruirono la porta dei Pesci (v.3).

Questa porta ci ricorda l'opera di grazia che Dio ha compiuto per la salvezza delle anime. Quando abbiamo capito la verità preziosa che siamo le pecore di Cristo, abbiamo il privilegio di uscire in questo mondo, che rassomiglia ad un mare profondo e agitato, per cercare le anime perdute. È per questo che il Signore dice a Pietro, che si era gettato ai suoi piedi col sentimento della sua miseria: «Non temere, da ora innanzi sarai pescatore d'uomini (Luca 5:10).

Dio vuole che ci consacriamo con zelo a quest'opera benedetta. Il cuore del Signore ne era totalmente impegnato; Egli dice ai suoi discepoli: «Seguitemi ed io farò di voi dei pescatori d'uomini» (Marco 1:17). Possiamo tutti essere utili in questo servizio d'amore e di testimonianza. Se non siamo qualificati per annunciare pubblicamente l'Evangelo, possiamo pregare per quelli che lo fanno; i risultati della preghiera della fede sono più preziosi di quanto possiamo pensare. Che tutti i credenti si sentono coinvolti nell'opera che lo Spirito Santo prosegue in questo mondo, in vista di radunare dei «vasi di misericordia» che Dio prepara per la gloria.

È così che noi possiamo aiutare a costruire la porta dei pesci; che sia ben aperta affinché, di giorno in giorno, delle anime possano essere aggiunte «al Signore» (Atti 5:14). Egli è venuto in questo mondo per cercare e salvare ciò che era perduto; non siamo negligenti nella ricerca di coloro che hanno bisogno di ascoltare il messaggio dell'Evangelo! I principali dei Tekoiti «non piegarono il loro collo a lavorare all'opera del loro signore» (Nehemia 3:5), disprezzando il meraviglioso privilegio di essere associati a Lui in quel prezioso lavoro. Non siamo come loro!

3 La porta vecchia (o «del vecchio muro»).

«E Ioiada e Meshullam restaurarono la porta Vecchia» (v.6)

Questa porta ci ricorda la parola del profeta Geremia: «Fermatevi sulle vie e guardate, e domandate quali siano i sentieri antichi, e incamminatevi per essi» (Geremia 6:16).

Il «vecchio muro» e i «sentieri antichi» erano stati abbandonati, e il risultato fu «la rovina del popolo di Dio». È lo stesso anche ai nostri giorni. Quando siamo condotti alla conoscenza del Signore, dobbiamo cercare «la porta vecchia», riparala accuratamente, per realizzare praticamente la separazione dal mondo come ci impone la Parola. I «sentieri antichi» sono quelli nei quali hanno camminato i santi all'inizio. Le pecore del Signore hanno bisogno di essere ferme nella verità, nei pensieri di Dio. L'uomo cambia e cerca cose nuove che chiama «progresso»; ma Dio vuole ricondurci a colui che era «dal principio» (1 Giovanni 1:1), la persona benedetta del suo Figlio del quale la gloria ha brillato nell'abbassamento della sua umanità e che ci ha acquistato la vita eterna e una posizione immutabile nella nuova creazione, grazie alla sua morte e alla sua risurrezione.

Impegniamoci ad «edificarci sulla nostra santissima fede» (Giuda v.20) e ad aiutare i nostri fratelli a camminare nei sentieri antichi, nell'ubbidienza alla sua Parola e nella separazione dal male. «Se tu separi ciò che è prezioso da ciò che è vile, tu sarai come la mia bocca» (Geremia 15:19).

4 La porta della valle

«Hanun e gli abitanti di Zanoah ripararono la porta della Valle» (v.13).

Qui abbiamo una seria e utile lezione. Sovente nella Parola la valle è simbolo di luoghi profondi, dell'umiliazione. La porta della valle ci conduce là, ed è proprio là che noi sperimentiamo la tenerezza delle cure del Signore. Troviamo Lui stesso in questa valle, e possiamo dire come il Salmista: «Tu sei meco, il tuo bastone e la tua verga sono quelli che mi consolano» (Salmo 23:4).

Prima di essere elevati bisogna che scendiamo: «Umiliatevi sotto la potente mano di Dio, affinché Egli vi innalzi a suo tempo» (1 Pietro 5:6). Se sono deboli le nostre affezioni per Cristo e se manchiamo di potenza e di conoscenza delle cose divine, queste benedizioni possono essere realizzate soltanto nella «Valle di Beca» (Salmo 84:6): «Quando attraversano la valle di Beca essi la trasformano in luogo di fonti e la pioggia di autunno la copre di benedizioni». Se desideriamo ardentemente che la realtà della fede diventi la forza della nostra vita, lasciamoci condurre docilmente in questi luoghi di abbassamento per «la porta della Valle», affinché con cuori sottomessi ed una volontà infranta possiamo portare docilmente il giogo del Maestro che vuole dare riposo alle anime nostre.

5 La porta del letame

«Malkia, figliuolo di Recab, restaurò la porta del Letame» (v.14).

L'apostolo Paolo conosceva bene questo posto; egli non aveva né una nobile posizione, né considerazione nel sentiero che percorreva seguendo un Maestro rigettato. Accettava la croce che aveva messo fine alle sue relazione col mondo. Egli poteva dire: «Quanto a me, non sia mai ch'io mi glori d'altro della croce del Signore nostro Gesù Cristo, mediante la quale il mondo per me è stato crocifisso, ed io sono stato crocifisso per il mondo» (Galati 6:14).

Se il mondo è sopra una croce e noi sopra un'altra, la distanza morale che ci è infinita. Se noi la realizziamo per la fede, accetteremo con gioia di entrare, per la «porta del Letame», nel sentiero di obbrobrio per Christo. Alla fine del suo servizio, Paolo diceva ancora: «Siamo diventati e siamo tutt'ora come la spazzatura del mondo, come il rifiuto di tutti» (1 Corinzi 4:13).

Conosciamo noi questo cammino di sofferenza e di abnegazione? O invece lo teniamo di evitarlo? Non dimentichiamo che fu il sentiero del Figlio di Dio in un'abnegazione perfetta e un'ubbidienza assoluto. Senza un cuore che simpatizzava con Lui, il Figlio eterno, che si è spogliato della sua gloria per compiere la volontà del Padre, ha percorso questo cammini di abbassamento fino alla morte della croce. Fu deriso e non nascose il suo volto all'onta e agli sputi. Dobbiamo anche noi accettare l'obbrobrio di Cristo e considerarlo come un grande onore. È una gloria e un privilegio soffrire per Cristo; gli apostoli che erano stati «davanti al Sinedrio» si rallegravano di essere stati stimati degni di soffrire il vituperio per il nome del Signore (Atti 5:41).

6 La porta della sorgente

«E shallum… riparò la porta della Sorgente» (v.15).

I costruttori non si fermano alla porta del Letame. Se noi prendiamo un posto di rinuncia per amore del Signore, conosceremo anche il refrigerio della sua presenza nella quale avremo delle gioie continue. «V'è un fiume i cui rivi rallegrano la città di Dio, il luogo santo della dimora dell'Altissimo» (Salmo 46:4). Quando a causa della sua testimonianza fedele il cieco nato, guarito dal Signore, viene scacciato dalla sinagoga, trova in quel luogo di disprezzo la Persona del suo Maestro, rigettato come lui dai capi del popolo; e conoscendo la gloria del Figlio di Dio, può prostrarsi ai suoi piedi per adorarlo (Giovanni 9:35-38). Trovata la fontana di acqua viva la «porta della sorgente» è entrato nel santo luogo delle dimore dell'Altissimo dove i fedeli sono «saziati dell'abbondanza della sua casa» e abbeverati al torrente delle sue delizie (Salmo 36:8).

La porta della Sorgente era «presso la vasca di Siloe, vicino al giardino del re» (v.15). quando impariamo a conoscere il Signore come Colui che fu «inviato dal Padre» (Siloe) siamo condotti alla fontana delle acque vive (Giovanni 9:7). Alla vasca di Siloe il cieco nato fu mandato dal Signore per lavarsi e ritornò guarito. Quella vasca era «presso il giardino del re». L'inviato del Padre lascia la gloria per aprici il cammino del giardino delle delizie regali. Discese i gradini che lo avrebbero condotto delle altezze della gloria divina alle profondità della morte; ma il suo Dio, che aveva glorificato con la sua ubbidienza, Gli ha dato il primo posto e un «nome al di sopra di ogni nome, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio» (Filippesi 2:10-11). La scalinata che conduceva alla vasca di Siloe scendeva dalla città di Davide; così il Signore aveva abbandonato la sua gloria di Messia scendendo nelle acque della morte da dove fu elevato alla destra del Padre. Ma vedrà il frutto del travaglio dell'anima sua e ne sarà saziato! «A colui che ha sete io darò gratuitamente della fonte dell'acqua della vita» (Apocalisse 21:6). Se ci abbeveriamo a questa fonte, l'acqua che ci dà il Signore diverrà in noi una fontana che scaturisce in vita eterna (Giovanni 4:14). È così che con la potenza dello Spirito di Dio, possiamo far salire al nostro Dio e Padre un culto in ispirito e verità, poiché il Padre cerca degli adoratori che lo servono con cuori felici ora che hanno conoscenza del suo amore e dell'opera della redenzione.

Per la potenza dello Spirito di Dio abbiamo anche la possibilità di pregustare le gioie eterne che saranno la parte immutabile della famiglia celeste. Con Colui che è «il Primogenito fra molti fratelli» intoniamo nell'Assemblea il Cantico nuovo, alla gloria del suo nome! E offriamo incessantemente a Dio, nostro Padre, la lode che gli è dovuto, frutto di labbra confessanti il suo Nome (Ebrei 13:15).

7 La porta delle acque

«I Nethinei lavorarono fino dirimpetto alla porta delle Acque» (v.26).

Questa porta ci ricorda un pressante appello del Signore: «Or, nell'ultimo giorno, Gesù stando in pié esclamò: Se alcuno ha sete, venga a me e beva. Chi crede in me… fiumi d'acqua viva sgorgheranno dal suo seno» (Giovanni 7:37-38).

Se abbiamo realizzato il privilegio dell'adorazione del Padre per la potenza dello Spirito Santo, fonte d'acqua viva zampillante in vita eterno, dobbiamo anche conoscere la porta delle Acque che scorre per rinfrescare e dissetare altre anime. È andando a Cristo e bevendo a quella sorgente di acqua viva che potremo essere dei canali di benedizione per le anime assetate, dei «ruscelli» che partono da un fiume i cui rivi rallegrano non soltanto la città di Dio (Salmo 46:4), ma anche i luoghi aridi e desolati del mondo.

Perché dobbiamo così sovente deplorare la nostra povertà spirituale? Forse è perché dimentichiamo la nostra dipendenza dallo Spirito Santo che è la potenza del culto che rendiamo al nostro Dio e Padre, o perché negligiamo il nostro servizio verso coloro che sono da Lui amati e che dobbiamo invitare a bere a questi fiumi di acqua viva. La potenza dello Spirito è forse diminuita? No certamente; perciò dobbiamo camminare nella sua dipendenza e riparare la porta delle acque, affinché la benedizione che Egli si compiace di spandere su noi possa scorrere senza ostacolo il sollievo di molti, alla gloria del nome del Signore. Tutti coloro che si abbeverano a quest'acqua benedetta, saranno dissetati e resi capaci di portare del frutto per Lui. Non si può bere di quest'acqua viva o gustare le celesti consolazioni senza sentire il bisogno di spanderle attorno a noi. Il punto importante per ogni anima messa a contatto con l'Evangelo è di avere sete, come la cerva che agogna i rivi delle acque (Salmo 42:1). A questo bisogno risponde la potenza dello Spirito Santo che fa del credente fedele un canale del fiume della vita, la cui sorgente è in altro.

8 La porta dei cavalli

«I sacerdoti lavorarono al di sopra della porta dei Cavalli» (v.28).

Il cavallo è sovente nella Parola il simbolo della potenza sia per la gioia e la comunione delle nostre anime con Dio, sia per il servizio e la perseveranza nel cammino della testimonianza per Cristo.

Nel Cantico dei Cantici, lo Sposo paragona la Sposa a una cavalla che si attacca ai carri di Faraone (Cantico dei Cantici 1:9). Il Signore ricorda ai suoi l'Egitto dal quale li ha tratti con braccio forte, sottraendoli dalla schiavitù di Faraone. Così, l'amore che ci ha liberati dal mondo e dal suo principe fa di noi dei servitori di Colui che ci ha salvati, dandoci la vita e la forza necessarie per consacrare i nostri giorni al suo glorioso servizio. Il cavallo è anche il simbolo della rapidità e della docilità. Nonostante la sua forza, egli ubbidisce alla minima tensione delle redini. Siamo anche noi così ubbidienti? Esaminiamo le nostre vie alla presenza del Signore e domandiamoci se non abbiamo lasciato cadere in rovina «la porta dei Cavalli» e se non vediamo la necessità di metterci con zelo a ricostruirla.

Ricordiamoci che se la nostra posizione è immutabile in Cristo il posto che occupiamo come servi e testimoni del nostro Signore ci può essere tolto e affidato ad altri, se noi perdiamo il nostro tempo in pigrizia e disubbidienza. «Il cavallo dai fianchi serra» (Proverbio 30:31) offre al saggio Agur l'immagine di una delle quattro creature che hanno «una bella andatura e un bel portamento» quaggiù in mezzo alla confusione creato dal peccato. Possa ciascuno di coloro che appartengono al Signore manifestare questi caratteri, avendo l'orecchio attento per capire le sue direttive e il cuore disposto a ubbidire ai suoi comandamenti.

9 La porta orientale

«Dopo di lui lavorò Scemaia, guardino della porta Orientale» (v.29).

Che cosa ci ricorda questa porta? Il levare del sole, cioè la nostra speranza. Ricordiamoci di questa porta; alziamo il capo in alto poiché la nostra redenzione è vicina. «L'aurora dall'alto ci visiterà per risplendere su quelli che giacciono in tenebre e ombra di morte, per giudicare i nostri passi verso la via della pace» (Luca 1:78-79). Rigettato alla sua prima venuta, Egli ha compiuto l'opera della redenzione ed è risorto; ma «apparirà una seconda volta, senza peccato, a quelli che l'aspettano per la loro salvezza» (Ebrei 9:28). «Senza peccato» significa che non dovrà più occuparsi della questione del peccato che è stata regolata per mezzo del suo sacrificio. Nella sua potenza infinita, completerà quello che concerne i suoi riscattati, rivestendoli di un corpo glorioso e introducendoli nella casa del Padre. La Stella del mattino si è levata nei vostri cuori in attesa del suo apparire glorioso nei cieli? La prospettiva radiosa di vederlo a faccia riempie le vostre anime di gioia e di speranza?

Il suo ultimo messaggio alla Chiesa è questo: «Io sono la lucente stella mattutina. Io vengo tosto». Possiamo noi rispondere con cuori attaccati alla sua persona: «Amen, vieni Signore Gesù» (Apocalisse 22:20). Quando avrà raccolto i suoi santi presso di sé, apparirà come il Re dei Re, esercitando il giudizio e la giustizia nei cieli e sulla terra; e, come il sole glorioso nel suo splendore, illuminerà la terra e dissiperà le tenebre. «Ecco, il giorno viene, ardente come una fornace… ma per voi che temete il mio nome, si leverà il sole di giustizia e la guarigione sarà nelle sue ali» (Malachia 4:1-3).

10 La porta di Hammifkad

«Dopo di lui, Malkia, uno degli orefici, lavorò dirimpetto alla porta di Hammifkad» (v.31) (la parola Hammifkad è tradotta con «designato» in Ezechiele 43:21).

Vi è un luogo designato da Dio per essere l'abitazione eterna dei suoi riscattati. Quando il numero di questi sarà completo, saremo portati là per mezzo della potenza infinita del Vincitore della morte che ha acquistato loro una redenzione eterna e che li vuole avere con sé nella gloria. Egli ha preparato un posto nella «casa del Padre», secondo il volere del Dio d'amore. Egli può dire: «Io voglio che dove sono io siano con me anche quelli che tu m'hai dati» (Giovanni 17:24) poiché il pensiero e la volontà del Padre è di dargli il frutto del travaglio dell'anima sua. Le miriadi di riscattati intoneranno attorno a Lui il cantico nuovo, e diranno: «A Lui che ci ama e ci ha lavati dai nostri peccati col suo sangue, a Lui sia la gloria e l'imperio nei secoli dei secoli! Amen» (Apocalisse 1:5-6).

Sedersi

Ezechiele aveva avuto una visione della gloria di Dio; al di sopra della distesa aveva notato come un trono. Di colui che era seduto sul trono non aveva percepito che l'apparenza di rame luccicante, l'aspetto di fuoco e uno splendore tutto intorno. A quell'epoca «l'agnello preordinato» non era stato ancora manifestato (1 Pietro 1:19-21). Fu necessario la sua risurrezione e la sua elevazione in gloria perché Giovanni avesse la visione dell'agnello immolato in mezzo al trono. Compenetrato da questa gloriosa visione, Ezechiele cadde sulla sua faccia e udì una voce che gli parlava (Ezechiele 1:28).
Dopo aver mangiato il rotolo della parola di Dio ed essere stato nutrito, una voce gli dice: «Figliuolo d'uomo, va', recati alla casa di Israele e riferisci loro le mie parole». Cosa fa il profeta dopo aver ricevuto una tale missione? Riunisce tutti i prigionieri e proclama solennemente il messaggio ricevuto? No. Semplicemente ritorna in mezzo a loro, e lì rimane silenzioso per sette giorni. Poi si mette al loro livello, condividendo le loro pene e le loro sofferenze e cerca di raggiungere e guadagnare il loro cuore come se fosse uno di loro. In seguito, potrà svolgere il suo ministerio doloroso e glorioso, adatto a parlare alla coscienza e al cuore di coloro che portavano le conseguenze dei loro peccati, «sia che ascoltino o che non ascoltino».
«Rimassero seduto per terra presso a lui, sette giorni e sette notti; e nessuno di loro gli disse una parola» (Giobbe 2:13).
Gli amici di Giobbe si erano messi d'accordo per andarlo a consolare, a modo loro. Due di essi erano pieni di pensieri di giudizio contro a lui, pensando che se vi erano tante prove nella sua famiglia, nei suoi beni e nella sua salute, era perché aveva peccato, e Dio lo castigava. Per sette giorni non dicono nulla, e Giobbe sente questa ostilità. Sono seduti con lui, ma non per immedesimarsi e partecipare alle sue pene; sono là per giudicare. Più tardi, i suoi fratelli e le sue sorelle verranno davvero a simpatizzare con lui e a consolarlo (Giobbe 42:11). È bene avvicinarsi a coloro che soffrono, sedersi al capezzale degli ammalati, andare a visitare un fratello nella prova; ma non per giudicare o condannare, anzi per comprenderlo, consolarlo e guadagnare il suo cuore. Elihu ha saputo farlo (Giobbe 32), dopo essere stato per lungo tempo seduto, silenzioso, ascoltando ciò che dicevano gli altri amici.
«Pregò Filippo che montasse e sedesse con lui» (Atti 8:31).
L'angelo del Signore aveva invitato Filippo a lasciare la Samaria dove svolgeva un lavoro importante per andare nella strada che scendeva da Gerusalemme a Gaza «la quale è deserta». Era necessaria della dipendenza e dell'ubbidienza per rispondere a un tale ordine. Ed ecco che Filippo arriva nella strada deserta e incontra, seduto sul suo carro, l'eunuco d'Etiopia, uomo potente che era alla corte della regina. Come fare per parlare con quell'uomo? Lo Spirito gli dice «accostati e raggiungi quel carro». L'eunuco stava leggendo il profeta Isaia. La conversazione inizia e, cosa straordinaria, l'intendente di tutti i tesori della regina, invita il giovane galileo a sedersi vicino a lui. Filippo avrebbe potuto esitare, per timidezza o per timore, di avvicinarsi troppo a un uomo delle nazioni; ma risponde all'invito e prendendo a parlare… gli annunciò Gesù».
«Postisi a sedere, parlavano alle donne» (Atti 16:13).
Paolo e i suoi compagni erano appena giunti in Europa dove per la prima volta il messaggio dell'Evangelo veniva presentato. Come si comporta il grande apostolo? Va sulla pubblica piazza e proclama il messaggio? Né lui né i suoi compagni fanno questo; si recano là dove alcuni Giudei si radunavano per la preghiera in riva al fiume; si seggono in mezzo alle donne e parlano loro. Il Signore opera, apre il cuore di Lidia che, dopo essere stata battezzata con quelli di casa sua, riceve l'apostolo e i suoi compagni. Toccante esempio di un vero servo di Dio che si fa servo a tutti per «guadagnare il maggior numero» (1 Corinzi 9:19-23).
«Gesù, stanco del cammino, stava così a sedere presso la fonte» (Giovanni 4:6).
Chi meglio del Maestro in persona può essere il modello di umiltà e di simpatia che cerca di risollevare coloro che sono caduti molto in basso? Il creatore di ogni cosa, stanco del cammino, è seduto sul bordo del pozzo di Giacobbe! Una donna di cattiva fama viene ad attingere acqua. Egli non la disprezza né la respinge, come meriterebbe; è seduto sul pozzo proprio per lei e, benché stanco, inizia una conversazione che permetterà alla peccatrice di riconoscere il suo stato di peccato e a Lui di rivelarsi. Esempio supremo dell'uomo di Sichar che vede le campagne «già bianche» per la mietitura e invita i discepoli a rallegrarsi con coloro che prima avevano seminato che ora essi mietevano.

Ma il seme si sparge con lacrime; dobbiamo avere dell'umiltà e della simpatia verso coloro con i quali potremo essere chiamati a «sederci».

Aspettare il Signore

Ad un incrocio importante della città, in mezzo a una folla che corre, un uomo attende. Il transitare veloce delle auto lo lascia indifferente.
I passanti non li nota neppure, non sente il freddo; aspetta… Improvvisamente, nella direzione dove il suo sguardo scruta, vede colui che attendeva. Allora, tutto cambia in lui: lo sguardo si illumina, fa un gesto con la mano e frettolosamente lo raggiunge.
Il credente assomiglia a quest'uomo che aspetta; attorno a lui il mondo si agita, ma la sua serenità in mezzo al turbamento e il suo distacco dalle cose che passano dovrebbero manifestare una fede vissuta nell'imminenza del ritorno del Signore.
Tu che conosci il Signore, quale eco ha nel tuo cuore, quale incidenza nella tua vita quotidiana, la promessa che ha fatto: «Io vengo tosto»? Come l'aspetti oggi? L'attesa non dev'essere passiva. La Parola presenta molti caratteri collegati all'attesa del ritorno del Signore e ne propone qualcuno alla tua meditazione.
Pazienza nell'attesa
In (Giacomo 5:7-8) «l'agricoltore» aspetta pazientemente. Ha lavorato il terreno, ha sparso il seme e ora attende che la pioggia della prima e dell'ultima stagione, fertilizzando il suolo, permetta il pieno sviluppo del prezioso frutto della terra.
Un seme della vita eterna è pure germogliato nella tua anima; tu ami il Signore senza averlo ancora visto. È il momento, che può sembrare lungo, della «pazienza nella speranza» (1 Tessalonicesi 1:3) fino al glorioso «faccia a faccia» con l'Autore della tua salvezza.
Prendi come modello i profeti che ai loro tempi hanno atteso con pazienza e a volte anche attraverso sofferenze, una risposta di Dio alla loro fede; oppure Giobbe che nelle sue terribili prove ha mostrato la stessa pazienza. Del resto, non siamo in mezzo a una creazione che aspetta essa pure di essere liberata della corruzione «per godere della libertà della gloria dei figlioli di Dio»? (Romani 8:19-21).
Dedizione nell'attesa
Il servitore di Luca 12:35-38, alla fine della giornata ha acceso la lampada e si è cinto i lombi; nell'attesa, veglia senza stancarsi, senza rilassatezza. Quando il padrone tornerà, aprirà subito. Beato quel padrone che ha un servitore così fedele; beato quel servitore, quando il padrone al suo ritorno lo farà mettere a tavola e lo servirà!
Vigilanza nell'attesa
 «L'anima mia anela al Signore più che le guardie non anelino al mattino» (Salmo 130:6). Nella città tutto dorme, ma in piedi sulle mura le sentinelle vegliano con impegno. E il nemico lo sa. Rimanere in agguato, malgrado le tenebre profonde, il disagio delle intemperie, la durata dell'isolamento, l'incertezza, il pericolo, ecco cosa tempra l'anima! Come la sentinella sta all'erta fino al sorgere del giorno, così i credenti aspettano vigilanti. Mentre le veglie si susseguono, simili alle sentinelle sulle mura di Gerusalemme, «essi non tacciono», ma fanno destare il «ricordo dell'Eterno» (Isaia 62:6).
Perseveranti nell'attesa
Abramo «aspettava la città che ha i veri fondamenti» (Ebrei 11:10). Pellegrino con la sua tenda, adoratore davanti all'altare, abitava straniero e viaggiatore in una terra promessa alla sua discendenza. Ma lo sguardo della sua fede, scrutando gli spazi infiniti, discerneva, al di là degli orizzonti di quella terra, una città «migliore», e intravedeva il momento in cui con tutta la famiglia della fede sarebbe entrato per sempre nella dimora di Dio. Sapendo che la fine di ogni cosa è vicina (1 Pietro 4:7), impariamo a imitare la sua perseveranza e la sua fede.
Attaccamento nell'attesa
«E lo Spirito e la Sposa dicono "Vieni". Sì, vengo tosto. Amen, vieni Signore Gesù» (Apocalisse 22:17-20). Non si vede la sposa, ma si ode il sospiro del suo cuore: vieni, Signore Gesù! L'attaccamento al suo divino sposo l'hanno tenuto desta, e quando la voce si fa udire, «Io vengo tosto», ella risponde subito.
Cari amici aspettiamo insieme il Signore! Aspettiamolo con coloro che amano la sua apparizione, tu al tuo posto ed io al mio. Insieme ancora, ascoltando la voce di Colui che deve venire, nel giorno che sta per apparire, diciamo a coloro che non l'aspettano: «Il Signore viene».

Il dottore della legge e il carceriere di Filippi

Di H. Rossier
Meditazione su Luca 10:25-37
C'è differenza fra la domanda del dottore della legge: «Maestro, che dovrò fare per eredare la vita eterna»? e quella del carceriere di Filippi: «Che debbo io fare per essere salvato»? (Atti 16:30).
Nella circostanza tragica in cui si trovava, il carceriere, al pensiero della sua reputazione perduta, e alla morte che forse lo attendeva se fosse stato giudicato responsabile della fuga dei prigionieri, non vedeva che una soluzione: il suicidio. Ma ecco la voce di Paolo: «Non ti far male alcuno, perché siam tutti qui». Questa parola di speranza ferma la sua mano; e, gettandosi ai piedi degli apostoli, esclama: «Che debbo io far per esser salvato?».
Il dottore della legge ci presenta, pur con parole simili, un pensiero diametralmente opposto a quello del povero carceriere. La sua domanda significa: Cosa devo aver fatto per ereditare la vita eterna? Fare qualcosa per ereditare vuol dire lavorare per ottenere meritamente qualcosa, e non riceverla per grazia. Quest'uomo vuole sapere cosa deve compiere per poter entrare legittimamente e a pieno diritto nel godimento della vita eterna.
La domanda del carceriere significa: Che cosa mi è chiesto per essere salvato, per sfuggire alla morte? Egli ha la chiara consapevolezza di essere perduto, e si rivolge a Dio per mezzo degli apostoli. Cosa esige Dio da me perché io sia strappato da questo stato di perdizione? La risposta è semplice: accettare la salvezza per fede. Dio non esige nulla da te; Egli ha fatto tutto per mezzo di Gesù il salvatore. Crede ed è salvato, lui e la casa sua.
Troviamo al dottore della legge. Egli era un uomo intelligente nelle cose della legge, e ha fiducia in sé stesso. È un Israelita e non conosce il vero carattere di Dio, il Dio santo che fa grazia. Come avrebbe potuto rivolgere una tale domanda se si fosse riconosciuto un essere perduto e avesse avuto coscienza di trovarsi in presenza di un Dio che lo condannava a causa del suo stato di peccato?
Gesù non vuole lasciarlo con quei pensieri ma lo conduce a pronunciare la sua propria condanna alla luce di Dio. «Nella legge che sta scritto?» gli chiede; «Come leggi?». L'uomo risponde correttamente: «Ama il Signore Iddio tuo con tutto il tuo cuore, e con tutta l'anima tua, e con tutta la forza tua, e con tutta la mente tua, e il tuo prossimo come te stesso», riassumendo così i due grandi principi della legge. «Tu hai risposto rettamente», gli dice Gesù; se ti pone sotto questa prospettiva, se cerchi la vita in questo modo, «fa questo e vivrai». Ma proprio questo lo condannava. Allora, volendo giustificarsi, il dottore della legge chiede ancora: «E chi è il mio prossimo?» Come dire: Se non so chi è il mio prossimo, non sono in condizione di amarlo né di amare Dio («Chi non ama il suo fratello che ha veduto, non può amar Dio che non ha veduto» (1 Giovanni 4:20). Quando me lo avrai insegnato potrò mettere in pratica queste cose. Allora Gesù gli racconta la parabola che leggiamo ai (v.30-35): «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico…» Quell'uomo aveva iniziato con la benedizione da parte di Dio, e proveniva appunto dal luogo di questa benedizione, Gerusalemme; ma scendeva al luogo della maledizione, Gerico. È un po' la storia del popolo e di ogni singolo individuo; è anche quella del dottore della legge.
In questa parabola, come in quella del figlio prodigo e in altre ancora, il Signore parla di tutti gli uomini. Ciò che avvenuto all'uomo della parabola è esattamente ciò che avvenuto al popolo d'Israele, circondato da ogni lato da nazione predatrici. Ma, in fondo, ogni uomo cade nelle mani di  «ladroni» che lo lasciano a terra malconcio, ferito, mezzo morto. Al momento in cui Gesù parlava, le dieci tribù erano da tempo nella dispersione, mentre le altre due erano sotto la dominazione dei Romani; erano un piccolo residuo steso, mezzo morto, sulla strada. Il dottore della legge si trovava in questa situazione. Poteva, al momento di esaltare l'ultimo, respiro, riotteneva la via? Sì, ma bisognava che qualcuno si presentasse per dargliela, e la legge non poteva farlo. I rappresentanti ufficiali della legge, il sacerdote e il levita, non possono far nulla per lui, e se ne vanno, preoccupati per se stessi, pensando di evitare così di contaminarsi. Questi due uomini, di cui uno aveva il compito di porre l'uomo in relazione con Dio, e l'altro era stabilito come aiuto nel servizio sacerdotale, erano anch'essi dei peccatori; dovevano mettersi essi stessi in regola con Dio, dovevano offrire sacrifici per purificarsi dalle proprie impurità. E non fanno nulla per quell'uomo; la loro condizione di peccatori li rende impotenti ed egoisti; hanno già da occuparsi di sé stessi.
Il sacerdote si sarebbe contaminato toccando un uomo che poteva morire da un momento all'atro. Qui la legge non è per niente di aiuto ed è così ancora oggi. Se vi appoggiate sull'ubbidienza agli obblighi morale della legge, la vostra condizione è senza via d'uscita. Ma Dio, nella sua grazia, ha provveduto una via d'uscita: «Un Samaritano che era in viaggio giunse presso a lui; e vedutolo, n'ebbe pietà; e accostandosi, fasciò le piaghe». Un samaritano, un uomo disprezzato dai Giudei. Quel Samaritano è il Signore! Nell'Evangelo di Giovanni vediamo che, per insultarlo, gli dicevano: «Sei un Samaritano!» Egli accettava questo appellativo; povero, straniero sprezzato da tutti, respinto dai Giudei, è andato per «la sua strada» che lo doveva portare in contatto con quel miserabile. Nottiamo che il sacerdote e il levito scendevano per la stessa via per la quale scendeva l'uomo aggredito. Tutti «scendevano». Tutti avevano abbandonato il luogo della benedizione. Ma il Samaritano ha una sua via. Non passa di li per caso. Tutto è previsto. «Era in viaggio». Ecco il cammino della grazia! «Vedutolo, n'ebbe p ietà». Così si avvicina a lui per fasciargli le piaghe dopo avervi versato l'olio e il vino, simboli della forza e della gioia. Si avvicina con il cuore pieno di compassione, usando i soli rimedi che possono guarire perfettamente le piaghe. Pio, sulla sua cavalcatura, fa salire il povero ferito. Il Signore è sceso dalla gloria per mettersi al livello di noi, poveri peccatori. Ha abbandonato tutti i suoi diritti; ed ora ci pone in una posizione di sicurezza totale.
Il Samaritano affida il malato all'oste: «prenditi cura di lui»; gli dà due denari e dice: «Tutto ciò che spenderai di più, quando tornerò in su, te lo renderò». Il prezzo che paga è il pegno, la garanzia messa nelle mani di chi lo ostruisce nel prendersi cura del ferito. Il prezzo che Gesù ha pagato per noi è il pegno del fatto che Egli ci ha acquistati per l'avvenire. Dando la sua vita per riscattarci, ci dà anche tutte le altre cose con essa. È una salvezza eterna, un'eterna certezza.
Un denaro era il prezzo che si pagava all'operaio per una giornata di lavoro. Il Samaritano ne dà due, e ciò dimostra che conta di tornare presto; quando tornerà, regolerà ogni cosa; l'uomo non avrà nulla da dare. Egli si occupa di tutto.
Partendo, il Signore ci ha lasciati alle cure di un divino «oste», ci ha affidati allo Spirito Santo per benedirci, guidarci, farci attendere la sua venuta. Il nostro Liberatore, quando verrà, regolerà tutto ciò che deve essere ancora in regola, perché vuole fare di noi i suoi compagni, per sempre, nel cielo e nella gloria.
«Quale di questi tre ti pare essere stato stato il prossimo di colui che s'imbatté nei ladroni?» Cioè: Quale è stato il tuo prossimo? Ecco dove ti trovi; ora devi sapere chi, fra Me e la legge, è il tuo prossimo. Qual è il tuo Salvatore? Non c'è che un prossimo per noi: Gesù. Dobbiamo imparare a conoscere, a ricevere la Grazia e la misericordia, e poi a esercitarla verso gli altri. Se il tuo punto di partenza è la misericordia, va', parti da quel punto e fa' anche tu così. Che grande lezione! Il dottore della legge doveva impararla e forse non l'ha mai imparata; ma il carceriere di Filippi l'ha imparata in pochi istanti perché si vedeva perduto e il suo cuore anelava a trovare il mezzo per sfuggire al giudizio. Ed ecco la risposta divina: Dio ha fatto tutto per te. «Credi nel Signore Gesù, e sarai salvato, tu e la casa tua».
Se siamo come il dottore della legge, restiamo sulla via che ci porta ad essere condannati e giudicato da Dio. Se siamo come il carceriere, possiamo rivolgerci a Lui per sentirci dire: Io ti faccio misericordia; io ho mandato Colui che ti dona una salvezza eterna.

Con tutto il vostro cuore

Di G. André
Vent'anni sono passati della sconfitta di Eben-Ezer, la presa dell'arca e il suo ritorno. L'amarezza della sconfitta pesa sul popolo che non cerca più il suo Dio. È detto che "tutta la casa d'Israele sospirava, andando all'Eterno". E' l'occasione per Samuele di parlare al popolo: "Tornate all'Eterno con tutto il vostro cuore, togliete di mezzo a voi gli dei stranieri… volgete risolutamente il cuore vostro verso l'Eterno, e servite a lui solo" (1 Samuele 7:3). Eben-Ezer diventa allora testimone della vittoria: "Fin qui l'Eterno ci ha soccorsi" (v.12).
Gli anni trascorrono, il popolo desidera un re; Samuele invecchia e va a porgere i suoi saluti d'addio. Egli ricorda a Israele ciò che l'Eterno ha operato in suo favore. Li assicura che non cesserà di pregare per loro e di istruirli sul buono e diritto camino: "Solo, temete l'Eterno, servitelo fedelmente, con tutto il vostro cuore" (12:24).
Molti re fedeli si sono succeduti in Israele. "Davide… mi segui con tutto il suo cuore" (1 Re 14:8); "Giosafat cercava l'Eterno con tutto il cuore suo" (2 Cronache 22:9). "Ezechia… in tutto quello che prese a fare per il servizio della casa di Dio… mise tutto il cuore nell'opera sua, e prosperò" (2 Croniche 31:21). Ciò è stato importante per questi uomini, è certamente l'osservanza della legge; ma prima di tutto il loro cuore si è impegnato per Dio; "con tutto il cuore" lo hanno servito. Da parte dell'Eterno, Geremia pone la domanda al popolo: "Chi disporrebbe il suo cuore ad accostarsi a me"? (30:21); non un entusiasmo superficiale, o uno zelo che si smorza rapidamente, ma un vero impegno, un sincero attaccamento al Signore per servirlo e piacergli.
Molti secoli più tardi, Barnaba viene ad Antiochia dove i cristiani dispersi dalla persecuzione hanno annunziato il Signore Gesù (Atti 11:21): «E gran numero di gente, avendo creduto, si converti al Signore». Al suo arrivo, Barnaba è rallegrato nel vedere la «grazia di Dio». Ma notiamo che non dice a quei giovani credenti: «Conformatevi a tutto ciò che viene fatto a Gerusalemme» (in un certo senso «l'assemblea madre»). No; «li esortò tutti ad attenersi al Signore con fermo proponimento di cuore» (v.23). poi, con Saul «per lo spazio d'un anno intero parteciparono alle raunanze delle chiese, ed ammaestrarono un gran popolo». L'insegnamento è di fondamentale importanza; la testimonianza di quei discepoli è tale che la prima volta sono chiamati «Cristiani». al primo, posto, però, vi è stato l'attaccamento «al Signore con fermo proponimento di cuore».
Il salmista dice: «Io ti ho cercato con tutto il mio cuore» (Salmo 119:10). Proverbi 3:5 insiste: «Confidati nell'Eterno con tutto il cuore, e non t'appoggiare sul tuo discernimento. Riconoscilo in tutte le tue vie ed egli appianerà i tuoi sentieri». Prima di tutto il cuore si attacca alla persona del Signore; poi cerca il suo pensiero, senza anteporre la propria intelligenza; ed è allora che i sentieri vengono appianati.
Lo scriba chiede al Signore Gesù: «Qual è il comandamento prima fra tutti?». E il Signore risponde: «Ama il Signore Iddio tuo con tutto il tuo cuore» (Marco 12:30). In un'altra occasione, Gesù esorta i suoi discepoli a perdonare «di cuore al proprio fratello» (Matteo 18:35).
Uno dei nostri grandi privilegi è quello di poter unire la nostra lode a quella del salmista per celebrare «l'Eterno con tutto il cuore nell'assemblea» (Salmo 111:1); ma per fare questo è importante accostarci «di vero cuore, con piena certezza di fede» (Ebrei 10:22), coscienti che il sangue di Gesù ci ha aperto la «via recente e vivente» per entrare alla presenza di Dio. Infatti «è bene che il cuore sia reso saldo dalla grazia» (13:9).
Il nemico è abile a distogliere il cuore dal Signore e dalle cose celeste. Da qui l'esortazione: «Custodisci il tuo cuore più d'ogni altra cosa, poiché da esso procedono le sorgenti della vita» (Proverbi 4:23).
Se ci siamo allontanati dal Signore, facciamo nostra l'estrazione di Gioele 2:12: «Tornate a me con tutto il cuore vostro». E che non sia detto di nessuno di noi, nel giorno in cui tutto sarà manifestato: «Non hai servito all'Eterno, al tuo Dio, con gioia e di buon cuore» (Deuteronomio 28:47).

«Cercherai l'Eterno, il tuo Dio; e lo troverai, se lo cercherai con tutto il tuo il tuo cuore e con tutta l'anima tua» (Deuteronomio 4:29).

Le prove globali

Di Cesare Casarotta
La Sunamita 2 Re 8:1-6.
Erano passati alcuni anni da quando Eliseo aveva risuscitato il figlio della Sunamita. Probabilmente nel frattempo la donna era rimasta vedova e si trovava a fronteggiare una nuova situazione difficile. Cambia lo scenario. All’orizzonte una cosa nuova, mai vissuta prima. Il profeta Eliseo le parla e le dice: “Alzati; va soggiorna all’estero dove potrai; perché il SIGNORE ha chiamato la carestia nel paese per sette anni” (2 Re 8:1).
La donna insieme a suo figlio e a tutta la sua casa deve lasciare il paese. Deve lasciare tutto, la sua casa, i suoi possedimenti, tutte le cose che per lei erano state una certezza dal punto di vista materiale. Proprio lei che aveva detto “io vivo in mezzo al mio popolo” (2 Re 4:14), per evidenziare quanto fosse gradevole e apprezzata la vita che viveva. Si apriva una nuova pagina della sua esistenza. Quante incognite per lei. Dove sarebbe andata? Che realtà avrebbe trovato? Sarebbe stata accolta bene? Come si sarebbe sostentata per quel lungo periodo? Sarebbe ritornata alla sua terra? Cosa avrebbe ritrovato al suo ritorno?
Lei che nella sua vita aveva beneficiato di un miracolo grandioso, non è esente dal subire una situazione che riguarda tutto il paese, perché Dio esercita un giudizio nei confronti della nazione di Israele. Non vi sono delle eccezioni in questo caso. Tutti devono soggiacere a questa prova che potremmo definire globale.
Alla parola del profeta “la donna si alzò, e fece come le aveva detto l’uomo di Dio; se ne andò con la sua famiglia e soggiornò per sette anni nel paese dei Filistei” (2 Re 8:2).
In questa nuova tappa della sua vita, la fede di questa donna doveva essere di nuovo messa alla prova. Doveva mostrare ubbidienza alla parola di Dio, manifestare dipendenza, confidando nel fatto che Egli avrebbe provveduto ai suoi bisogni e a quelli di coloro che erano con lei, anche in una situazione così incerta e mai sperimentata prima. Tutto ciò nella consapevolezza che non sapeva se al termine dei 7 anni di carestia le condizioni di vita preesistenti si sarebbero ripristinate.
A cosa ci fa pensare questo fatto?
Quello che stiamo vivendo in questi mesi è emblematico. C’è qualcosa che si sta abbattendo su tutta la terra. Nessuno è risparmiato. Tutti in diversa misura dobbiamo sopportare nelle nostre vite l’impatto di un virus che sta mettendo in subbuglio il mondo intero. Questo ci riporta al fatto che, come credenti, in questa vita siamo in un contesto in cui “tutta la creazione geme ed è in travaglio” (Romani 8:22) per cui soffriamo in un mondo che soffre delle conseguenze del peccato.
Non conosciamo con certezza le cause di ciò che sta avvenendo, ma sappiamo che Dio è in controllo di ogni cosa. Conosce la fine fin dal principio. Quindi sa quando finirà e come finirà questa situazione. Dio è in controllo di ogni cosa. Chiama una carestia per sette anni, per parlare a cuore del popolo di Israele che si era allontanato e oggi permette un’epidemia che affligge il mondo intero, attraverso la quale, tra l’altro, vuole parlare al cuore degli increduli e dei credenti. Nulla sfugge al suo controllo.
Sono i giorni in cui realizziamo che i beni terreni possono facilmente perdere il loro valore di mercato. Le ricchezze accumulate nel tempo possono svanire. La qualità della vita può cambiare. Le nostre situazioni personali, le nostre abitudini possono mutare drasticamente. Noi che possiamo aver vissuto appoggiandoci, magari inconsciamente, sulla sicurezza economica, sul confort di una vita agiata, che Dio è l’unico su cui possiamo contare.
Il brano in esame, si conclude con il ritorno della Sunamita in Israele. La donna ottiene la restituzione di tutto ciò che le apparteneva e di tutte le rendite delle sue terre, dal giorno in cui ha lasciato il paese.
Il periodo di prova è terminato. Dio ha mostrato la sua fedeltà. Si è preso cura di lei ed ha anche provveduto affinché le venissero restituiti i suoi beni con un pieno ripristino della situazione di partenza. Dio può fare questo!

Noi non abbiamo un termine di sette anni, viviamo in questa incertezza. Riflettiamo però. Sette anni. A noi sembrano già pesanti pochi mesi! Quanto durerà ancora questo periodo? Cosa cambierà in modo permanente? Quando e se terminerà, le nostre condizioni di vita cambieranno? Non abbiamo le risposte, però sappiamo che Dio si prende e si prenderà cura di noi, ci sosterrà. I cambiamenti che potranno avvenire a livello globale, potrebbero portare anche dei mutamenti nelle nostre condizioni di vita, nelle relazioni con gli altri, ma sappiamo che ogni cosa concorrerà ad adempiere i piani di Dio. Quello che Lui desidera da noi, in questo momento particolare, è che tutto questo porti dei cambiamenti nella nostra vita spirituale: fiducia totale in lui e non nelle cose materiali, fede nelle sue promesse, nella sua capacità di provvedere ai nostri bisogni e di sostenerci, dipendenza, ubbidienza, cambiamento nelle priorità, testimonianza e altro ancora. Se riusciremo a realizzare queste cose, allora vi sarà del frutto alla sua gloria nelle nostre vite attraversando questa prova globale.

Ultima chiamata

Risvégliati, o tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti inonderà di luce” Efesini 5:14.
Mentre noi eravamo ancora senza forza, Cristo, a suo tempo, è morto per gli empi” Romani 5:6.
In un’aerostazione, un viaggiatore con accanto il suo bagaglio si era assopito su una poltroncina. L’orario del suo volo era chiaramente scritto sul biglietto, ma non sentì l’ultima chiamata che invitava i viaggiatori ad affrettarsi verso l’imbarco. Continuò a dormire. Poi la porta venne chiusa, la passerella ritirata, e l’aereo decollò… senza di lui.
Forse hai sentito parlare del Vangelo. Esso propone a tutti il mezzo per essere eternamente felici alla presenza di Dio quando saremo chiamati a lasciare questo mondo. Gesù è venuto sulla terra per salvare gli uomini. È l’ultima chiamata che Dio fa all’uomo perduto. Se è ascoltata e ricevuta, essa permette ad ognuno di essere pronto per la partenza, con il “biglietto” giusto, un “biglietto” che non può essere perso o dimenticato. Dio lo imprime nel più profondo del nostro essere in modo indelebile: è il sacrificio di Cristo alla croce se l’abbiamo accolto con fede sincera.
Ecco cosa può dire chi ha udito la sua chiamata e ha creduto al messaggio del Vangelo:
Il Figlio di Dio mi ha amato e ha dato se stesso per me” Galati 2:20.
Il sangue di Gesù Cristo mi ha purificato da ogni peccato” 1 Giovanni 1:7.
Ed anche: “Mi sono convertito “dagli idoli a Dio per servire il Dio vivente e vero, e per aspettare dai cieli il Figlio suo che egli ha risuscitato dai morti” 1 Tessalonicesi 1:9,10.
Non abbiate timore. Contrariamente a quel viaggiatore, tutti quelli che credono alla realtà di queste parole di vita udranno la voce del Signore quando li chiamerà, e partiranno verso il cielo con Lui.

Riflettere

Jenny Rivera ha detto: “non crollerò mai” ed è crollato su un aereo.
Il proprietario del Titanic disse: “nessuna tempesta ne Dio potrà affondare questa nave" e già sapete cosa è successo.
Marilyn Monroe disse: “non ho bisogno di Gesù", tre giorni dopo l'hanno trovata morta. Una madre disse a sua figlia: “che Dio ti accompagni”. Ironicamente lei rispose: "nel bagagliaio perché qui non c'è posto" in quel viaggio c'è stato un incidente dove tutti i giovani che erano a bordo sono rimasti schiacciati fra le lamiere e il bagagliaio è rimasto intatto.
Il padre, per la festa dell'ultimo dell'anno, ha detto a suo figlio: “che Dio ti protegga” e il figlio gli ha risposto “I miei amici mi proteggeranno più di Dio”. Al ritorno a casa sua una pallottola vagante lo ha ucciso e gli amici non (hanno) potuto a proteggerlo.
Anna possiede un calendario biblico, è stata sua nonna a darglielo. Lo ha accettato solo perché gli vuole molto bene. È sempre stato in bella vista sopra una pila di libri. Sfogliato distrattamente, letto a tratti fino a una sera in cui Anna posò lo sguardo solo sul versetto in alto, quello scritto in neretto: “Preparati...a incontrare il tuo Dio!” (Amos 4:12). Queste semplici parole provocarono del turbamento nel suo cuore. Cercò di distrarsi preparandosi per la serata da trascorrere con le sue nuove amiche ma nella sua mente queste parole continuavano a riaffiorare. Arrivata la sera sentì suonare il campanello, e una voce femminile le chiese al citofono: “Anna, sei pronta?”. Non uscì quella sera e non se né mai pentita. Non vi fu nessun tragico incidente solo delle vite rovinate da strane compagnie alla ricerca di eccessi e di nuove sensazioni.
Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate” Apocalisse 21:4.
Se fosse necessario riassumere in cinque parole la storia del mondo di oggi non sarebbe possibile farlo meglio che con queste parole: “lacrime … morte … cordoglio … grido ... dolore”. Questo e ciò che si incontra con frequenza in questo mondo, ma poi non finisce ogni cosa. No! Dopo vi è il giudizio. È necessario “prepararsi” cioè trovare un rifugio, un posto sicuro e questo lo si può fare solo in Cristo. Solo in Lui vi è salvezza, riposo, consolazione, speranza.

Senza? “lacrime ... la morte ... cordoglio ... grido … dolore”.

L'Agnello salvatore

"Ecco l'Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo!" Giovanni 1:29.
Il turista in visita al villaggio di Werden, nella Ruhr, può rimanere sorpreso vedendo, in cima al tetto della chiesa, un agnello in pietra, lavorato a scalpello senza altra decorazione. Durante la costruzione dell'edificio, un operaio che stava per finire il suo lavoro sul tetto perse l'equilibrio per la rottura di una corda che teneva il suo cesto di tegole. Sarebbe certamente morto se, miracolosamente, non fosse caduto su un montone che stava brucando nei pressi. L'animale perse la vita salvando quella dell'artigiano il quale, in segno di gratitudine, fece realizzare quella scultura e la pose ben in vista sul tetto.
Questa storia ci fa pensare a Gesù Cristo, che la Bibbia chiama sovente Agnello di Dio, e la cui morte ha salvato e vuole ancora salvare innumerevoli persone. Contrariamente all'animale della nostra storia, che non è stato altro che un attore passivo, il Signore Gesù ha preso parte attiva nella nostra salvezza; prima ancora di venire come uomo in questo mondo, sapeva che sarebbe dovuto morire su una croce, e l'ha accettata per amore per noi. Il suo sacrificio è stato volontario; ha preso su di sé tutti i nostri peccati e ne ha assunto la colpa davanti al Dio giusto e santo. E la vita che comunica ora a quelli che credono in lui riguarda la nostra anima; essa è eterna.

Ma attenzione! La sua morte non salva chi non vuole essere salvato. Egli vuol essere il Salvatore di tutti, ma non impone la salvezza; la offre gratuitamente a quelli che si riconoscono perduti e si rivolgono con fede a lui. Che ognuno accetti per se stesso il sacrificio dell'Agnello di Dio!

Dormi tranquillo?

Scorrendo i necrologi pubblicitari da un giornale, sono stato colpito da una frase che precedeva uno di essi: “Il sonno non è che una breve morte, e la morte un sonno più lungo. Dormi tranquillo”.
Una frase del genere non è che uno dei tanti tentativi che l'uomo fa per vincere la paura della morte. Con un gioco di parole si cerca di confondere la morte col sonno per dedurre poi che l'estinto può essere tranquillo. Follia! Dopo la morte non c'è ne riposo né tranquillità ma il giudizio. “Come è stabilito che gli uomini muoiano una volta sola, dopo di che viene il giudizio” Ebrei 9:27.
Si dice spesso, di fronte alla morte siamo tutti uguali. Invece Dio divide gli uomini in due categorie: quelli che compariranno davanti a Dio per essere giudicati per i loro peccati e coloro che avendo creduto nel sacrificio di Cristo non verranno in giudizio ma saranno salvati. Infatti il Signore stesso disse: “In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha vita eterna; e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita” Giovanni 5:24.
Dopo la morte si conosce già la sofferenza. Del ricco è scritto: “E nell'Ades, essendo nei tormenti” (Luca 16:23) cioè era nel luogo dove soggiorneranno fino al momento del giudizio. Nessuno potrà mutare questa situazione; inutili saranno le preghiere o altri riti religiosi dei vivi in favore dei defunti. Questo avviene per la prima categoria, la seconda invece, è subito con il Signore. “ma siamo pieni di fiducia e preferiamo partire dal corpo e abitare con il Signore” 2 Corinzi 5:8.
Se cerchi la “tranquillità”, la sicurezza ricercala in Dio. Chiediti se il tuo nome è scritto nel Libro della Vita perché altrimenti sarai gettato nello “stagno di fuoco”, là dove è il pianto e lo stridor dei denti. “Scegli la vita (Cristo) affinché tu viva” Deuteronomio 30:19. Scegli oggi perché il domani non ti appartiene.

I peccati

Che cosa è il peccato? E cosa produce?
Il peccato produce semplicemente un cattivo stato d'animo? Oppure, il peccato porta un senso di disagio?
No!
Paolo scrive: “Il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù nostro Signore” Romani 6:23.
Il peccato è fatale. Cosa si può fare in proposito?
Alcuni psicologhi consigliano di parlarne. Se si hanno dei pesi, dei rimorsi, se si è consapevoli di aver fatto qualcosa di sbagliato bisogna parlarne. Già ma con chi?
Se scegliete di parlarne con uno di loro, vi ritroverete in uno studio, dinanzi ad una persona gentile, che vi inviterà ad aprire il vostro sacco e a tirare fuori tutte le “pietre” che contiene. Le metterete tutte sul suo pavimento, vi farà parlare e le analizzerete una per una. E questo vi farà sentire momentaneamente meglio, ma quando finisce l'ora voi dovete portarvi via ancora il vostro sacco. Che cosa ne farete di quelle “pietre”? Esse rappresentano tutti i passi falsi che avete fatto nella vostra vita.
Ogni uomo possiede una certa conoscenza del bene e del male: chiama buone certe cose e altre cattive. Ma non ci sono due persone che giudichino esattamente il bene e il male secondo la stessa misura. Ognuno misura il bene secondo un suo ideale e giudica il male con una misura molto tollerante verso sé stesso ma che non risparmia gli altri.
Chi si ubriaca si persuade che non c'è un gran male a bere, ma definirà il furto un gran peccato. L'uomo avido che ogni giorno commette qualche frode negli affari, si tranquillizzerà dicendo che tale è l'abitudine del commercio e che non si può fare altrimenti. Il bugiardo d'altronde farà notare che lui infondo, non bestemmia né si ubriaca.
Tutto ciò ci prova che gli uomini non si giudicano secondo una misura fissa e determinata del bene e del male, ma che ognuno si serve a questo riguardo della misura che conviene e sé stesso. Ma esiste una misura con la quale tutti saranno misurati. Esiste una “paga” che l'uomo riceverà per le sue azioni.
Il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù nostro Signore” Romani 6:23.
L'uomo deve decidere se vuole essere “pagato” per quello che merita, oppure riconoscere il suo fallimento e ricevere in “dono” la vita eterna che Dio offre per fede sulla base della sua grazia, avendo Gesù Cristo pagato il debito al nostro posto.

ABITUDINI

Di Cesare Casarotta
Spesso quando parliamo di abitudini, le associamo a concetti come routine, esteriorità, formalismo etc.
Soprattutto in campo spirituale talvolta rischiano di diventare sinonimo di religiosità esteriore.
Possiamo chiederci: il Signore Gesù aveva delle abitudini quando era su questa terra?
-“…come era solito entrò in giorno di sabato nella sinagoga” (Luca 5:21).
-“Di nuovo si radunarono presso di Lui delle folle; e di nuovo Egli insegnava loro come era solito fare (Marco 10:1).
-“Poi uscito, andò come al solito al Monte degli Ulivi; e anche i discepoli lo seguirono” (Luca 22:39).
E cosa dire della preghiera presente costantemente nella sua vita?
Le abitudini spirituali del Signore erano motivate da un profondo amore per Dio e per le anime. Sono per tutti noi esempio di ubbidienza a Dio, interesse per gli altri, devozione, dipendenza, costanza, disciplina.
Tutte qualità di cui frequentemente siamo mancanti.
Anche noi con il Suo auto, animati dalle giuste motivazioni di cuore, dobbiamo sviluppare delle sane abitudini spirituali. Dobbiamo bandire ogni formalismo o ipocrisia, ma sentire fortemente il bisogno di sviluppare la dipendenza nella preghiera, disciplina nella lettura e meditazione della Parola, costanza nel partecipare alle riunioni della chiesa, non solo quelle a distanza come questo periodo, ma sempre quando dovremo recarci fisicamente alle riunioni, devozione nel servizio che il Signore ci ha affidato per adempierlo. Dobbiamo confessare la nostra freddezza, la nostra mancanza di devozione e disciplina
Siamo in un momento dove ci viene detto che dovremo cambiare le nostre abitudini quotidiane, dove è possibile che molte cose non saranno più come prima. Fermiamoci, esaminiamo le chiediamoci se nella nostra vita di credenti è giunto il momento di abbandonare abitudini poco sane, per svilupparne altre per piacere al Signore.

Chiediamo con forza che nella nostra vita ci siano delle buone e sane abitudini spirituali per portare del frutto alla Sua gloria.

Candele

Qualche tempo fa nella mia abitazione è venuta a mancare la corrente. C'era stato un blackout a causa di un fulmine era saltata la cabina elettrica che forniva l'energia a tutto il quartiere. Così mi sono mosso nell'oscurità fino all'armadietto in cucina dove tengo delle candele.
Che bella cosa la luce!
Ho trascorso alcuni minuti fissando la candela che stringevo in mano e mi sono passati per la mente vari pensieri e quel semplice episodio mi fece riflette. Avevo una candela e la stanza era completamente avvolta dalle tenebre, ho immaginato di avere un dialogo con la candela.
Che pensiero strano, non è vero? Ma ho immaginato una candela parlante. E mi ha chiesto: “Dove mi porti?”. “Beh, ovviamente a fare luce. Non lo vedi che è tutto buio”. “No! Non portarmi fuori di qui”. “Ma cosa dici. Tu sei una candela e il tuo compito è quello di fare luce”. “Ho bisogno di più tempo, non sono preparata e non credo di riuscirci.” spiegò la candela. E aggiunse: “prova con un' altra, sono sicura che ti andrà meglio” poi ridusse la sua luce fino ad emettere un tenue puntino luminoso.
Allibito da un simile colloquio mi accinsi ad afferrare e accendere un'altra candela, ma il risultato non cambiò. “Cosa fai mi chiese?”. “Ti prendo per illuminare” risposi sorpreso. “Si lo so...l'avevo capito...ma vedi non sono pronta”. Stupito da tale affermazione, passai in rassegna la candela ma non trovai in essa niente che non potesse andare. “Per favore rimettimi a posto” mi disse con voce supplicante.
La terza candela mi redarguì con con voce squillante “ Vorrei esserti d'aiuto, ma vedi illuminare l'oscurità non è il mio dono”. “Ma cosa dici non esiste il dono di illuminare devi semplicemente dimostrare di essere ciò che sei”. “Si, lo so ma sto facendo altre cose, sono molto impegnata e poi vedi... sto meditando”. “Però vorrei darti un consiglio: Prova con la candela nove, lei è sempre così disponibile:”
Afferrai la candela indicata e l'accesi. Non disse niente e si lasciò usare proprio per ciò che era, una candela. La passai e ripassai varie volte fra le dita osservandola con cura ed era esattamente come tutte le altre, non aveva niente di più, solo si era fatta usare per cui era stata fatta, per illuminare.
Voi siete la luce del mondo; una città posta sopra un monte non può rimaner nascosta”Matteo 5:14.

Il fondo è buono?

Anche se ti lavassi con il nitro e usassi molto sapone, la tua iniquità lascerebbe una macchia davanti a me, dice il Signore, DIO” Geremia 2:22.
L'estate scorsa, durante una breve vacanza ero in piedi vicino ad un piccolo stagno molto calmo che brillava come uno specchio al sole. Avevo in mano una canna e immergendone la punta volevo saggiarne il fondo. Ecco innalzarsi subito nugoli di fango che si sollevano intorno all'acqua agitata: ora sotto ai miei occhi non avevo altro che una pozza d'acqua sporca da cui allontanarmi disgustato.
Quando ripassai dopo circa un'ora era tornato tutto calmo, il fango si era depositato di nuovo sul fondo e avevo dinanzi a me un grazioso laghetto chiaro e puro.
Questo stagno mi aveva fatto pensare ad un mio vecchio collega d'ufficio che andava spesso in collera per futili motivi e amava ripetere: “Mi offendo facilmente e vado su tutte le furie ma dura solo un momento in fondo ho un cuore buono”.
Il fondo è buono? No! Il problema è proprio il fondo ed è quello che non è buono.
Dalla pianta del piede fino alla testa, non c'è nulla di sano” Isaia 1:6. Abbiamo bisogno di essere rinnovati, non è possibile andare avanti così. Il fango continuerà a uscire fuori. Occorre rimuoverlo, il nostro cuore deve essere cambiato. “Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura le cose vecchie sono passate ecco sono diventate nuove” 2 Corinzi 5:17.

“Venite a me …”

“Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo” (Matteo 11:28)
Il Signore Gesù un giorno a detto “Venite a me coi tutti …” e queste parole racchiudono tutta una grande quantità di piccoli messaggi rivolti a ciascuno noi, a seconda del nostro bisogno. È come se lui ci dicesse:
“Non andate a nessun altro. Colui che vi ha creato, sono Io e conosco tutto quello che vi riguarda. Io conosco già di gran lunga i vostri pensieri e so quello che direte prima che voi l’abbiate detto (Salmo 139:2-4). Sono Io che ho pagato il prezzo della vostra salvezza e sono il solo che possa salvarvi e risolvere tutti i vostri problemi. Nessun altro può farlo. Nessun profeta del Vecchio Testamento, nessun apostolo del Nuovo Testamento può salvarvi. Né santi né angeli possono promettere una soluzione ai vostri problemi ma, per Me, niente è impossibile.
Io sono un Dio giusto ed un Salvatore (Isaia 45:21). “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi”. Per stanchi e depressi che possiate essere, per pesanti che siano i vostri fardelli venite semplicemente a me. L’invito è per tutti, ricchi e poveri, vecchi e giovani, uomini e donne. Si indirizza alle persone colte, come a quelle emarginate o senza morale. Venite a Me coi vostri problemi: che siano di ordine finanziario, medico, morale o coniugale. Venite a Me come lo hanno fatto tanti prima di voi ed Io vi prometto che “colui che viene a me, non lo caccerò fuori” (Giovanni 6:37). Io sono venuto affinché abbiate “vita” e l’abbiate “in abbondanza” (Giovanni 10:10).
Venite ora, non esitate! Venite voi peccatori e voi credenti. Venite voi tutti che siete affaticati ed oppressi. Venite, ed io vi darò riposo, il riposo per le vostre anime turbate il riposo per il vostro spirito ansioso, il riposo per il vostro cuore triste. Rimuoverò la vostra paura dei tormenti eterni e vi donerò “la pace con Dio” (Romani 5:1), la vostra ansietà la rimpiazzerò con “la pace di Dio che supera ogni intelligenza” (Filippesi 4:7). Per Me niente è impossibile. “Io amo quelli che mi amano, e quelli che mi cercano mi trovano” (Proverbi 8:17). “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi” perché “Io sono la via, la verità e la vita” (Giovanni 14.6)”.

Prostratisi, lo adorarono.

Di Cesare Casarotta
Entrati nella casa, videro il bambino con Maria, sua madre; prostratisi, lo adorarono; e, aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra.
Vangelo secondo Matteo 2:11
I magi avevano fatto un lungo cammino, per adorare il re dei Giudei che era nato.
Avevano portato dei doni preziosi, che fossero degni di questo re che era nato.
Giunsero al luogo dov'era il bambino.
Penso che quando sono arrivati in quel luogo non abbiano visto nulla che in qualche misura potesse fargli ricordare un contesto regale. Non vi era una corte, non vierano servitori ad accoglierli, non vi era una dimora lussuosa, sfarzosa. Non era il palazzo di un re, il luogo in cui erano giunti. Non si sono fermati. Non hanno pensato di "avere sbagliato indirizzo". Sono entrati. Cosa hanno trovato? Umanamente una situazione modesta, semplice: un bambino con sua madre.
Non ci è riportata nessuna parola. Si sono prostrati. Hanno adorato.
Gli hanno offerto i doni che gli avevano portato. Credo che vi sia una grande lezione per tutti noi. La fede non è abbagliata dalle apparenze, da ciò che colpisce la vista, da quello che conta per l'uomo. La fede è occupata della gloria della persona di Cristo, di quello soltanto. C'è un'adorazione "in silenzio". Umanamente mancano le parole. Gli offriamo quello che dalla sua mano abbiamo ricevuto. Esaltiamo davanti al Padre l'eccellenza della Sua persona e della Sua opera. Esaltiamo la sua gloria, la sua maestà, la sua divinità, la sua opera. Riflettiamo sui doni portati dai maghi. L’oro rappresenta la potenza la ricchezza di un sovrano. Pensando al Signore ci fa pensare alla sua maestà divina e nello stesso tempo riflettiamo su Colui che “essendo ricco si è fatto povero” per amore nostro.
L’incenso, peraltro utilizzato nei sacrifici offerti dal popolo di Israele, ci può parlare del fatto che a Lui è dovuta la riconoscenza e l’adorazione. A Lui che è il vero Dio e si è manifestato in carne. Se pensiamo all’utilizzo dell’incenso nella composizione del profumo offerto sull’altare d’oro del tabernacolo (Esodo 30:34-38), ci può far pensare all’apprezzamento di Dio della persona del Signore Gesù che si è offerto come sacrificio a Dio quale profumo di odore soave (Efesini 5:2).
La mirra, tra l'altro era utilizzata per l'imbalsamazione (Giovanni 19:39), è associata all’idea di morte e di sofferenze e possiamo pensare al Signore Gesù alle sue sofferenze: nel suo cammino, sulla croce; nulla gli è stato risparmiato. Meditiamo sul fatto che è entrato nella morte, è stato deposto nel sepolcro. Possiamo dire che la mirra ci parla del profumo del Signore Gesù, che esala dalle sue sofferenze. Lui che è stato “l’uomo di dolore, familiare con la sofferenza” (Isaia 53:3).
I magi comprendevano tutti questi significati? Probabilmente no, ma noi che per la grazia di Dio conosciamo queste cose! Che possiamo essere costantemente attratti da Lui occupati della Sua persona e della Sua gloria, per rendergli l'omaggio che gli è dovuto! In un mondo che guarda all’immagine, all’apparenza, al contorno, che sappiamo sempre essere attirati da quella gloria sconosciuta all’occhio umano, ma visibile allo sguardo della fede!

Giustificazione

Una persona è giustificata davanti a Dio per mezzo di che cosa?
Essere buoni?
Una persona è giustificata davanti a Dio tramite la bontà. Pagate le vostre tasse. Date del pane ai poveri. Non guidate troppo velocemente, non bevete troppo o non bevete affatto. Un comportamento cristiano questo è il segreto.
La sofferenza?
Forse la risposta è qui. Questo è il modo per essere giustificati davanti a Dio: soffrire.
Dormire su di un pavimento di terra. Malaria, povertà, giorni freddi o lunghe notti insonni. Voti di castità, teste rasate, piedi scalzi. Più grande è la sofferenza, più grande la santità.
La dottrina?
Magari è questa la soluzione. Possedere molti volumi di teologia, frequentare centri dedicati all'interpretazione della tradizione religiose. Impettiti teologi che spiegano ogni mistero. Il Millennio semplificato. Ispirazioni chiarite. Dio deve salvarci, noi sappiamo tutto di Lui.
Come essere giustificati con Dio?
Tutto quanto detto sopra è stato provato. Tutto è stato pensato. Tutto si è tentato di dimostrarlo, ma nulla di ciò viene da Dio. Infatti, questo è il problema. Nessuna di queste cose viene da Dio. Tutto viene dalle persone. Pensateci.
Chi è il punto di forza dei precedenti esempi? Il genere umano o Dio? Chi opera la salvezza voi o Lui?
Se siamo salvati per le buone opere non abbiamo bisogno di Dio, ci salveranno le nostre “buone azioni”, saranno esse a portarci in cielo. Se siamo salvati per le sofferenze, sarà lo scorrere naturale della vita a procurarcele, non ci sarà bisogno di cercare Dio, non ne avremo bisogno. Se poi siamo salvati per mezzo della dottrina, allora studiamo! Procuriamoci un buon commentario, più grande sarà la nostra libreria e maggiori saranno le nostre certezze di entrare nel cielo.
All'uomo piace essere al centro di ogni cosa, il Signore diceva dei Farisei: “Tutte le loro opere le fanno per essere osservati dagli uomini” Matteo 23:5.
E pose loro una domanda di fuoco: Serpenti, razza di vipere, come scamperete al giudizio della geenna?” Matteo 23:33.
Buona domanda per i Farisei, buona domanda per me e per te. Come pensi di scampare?
Osate stare davanti a Dio e chiedergli di salvarvi per le vostre sofferenze, il vostro lavoro o i vostri studi? Io non lo farei. Paolo non lo fece. Gli occorsero forse dieci anni per condensare in un solo versetto l'essenza della giustificazione.
poiché riteniamo che l'uomo è giustificato mediante la fede” Romani 3:28.
Non tramite le buone opere, la sofferenza o lo studio. Tutte queste cose possono essere i risultati della salvezza, ma non la causa di essa. Come scamperemo al giudizio della geenna? C'è un solo modo. Tramite la fede nel sacrificio del Signore. Non è ciò che voi fate ma ciò che Lui ha fatto.

Fondamenta

Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, io vi mostrerò a chi assomiglia. Assomiglia a un uomo il quale, costruendo una casa, ha scavato e scavato profondamente, e ha posto il fondamento sulla roccia” Luca 6:47-48.
La piazza di Venezia è circondata da parecchi monumenti molto antichi. Il campanile è un'eccezione, lo si è dovuto ricostruire all'inizio del XX secolo, poiché un primo campanile era crollato nel 1902, mille anni dopo la sua costruzione. Era stata costruita sopra palafitte di legno immerse in una falda d'acqua sotterranea. Abbassandosi il livello di questa falda, le palafitte, esposte all'aria, sono marcite.
Ogni architetto conosce l'importanza di quella parte nascosta delle costruzioni che costituiscono le fondamenta. Dalla loro tenuta dipende la stabilità di tutto l'edificio. Ebbene, le palafitte del campanile ci fanno pensare al fondamento che serve da appoggio alle nostre vite. Sbagliare sulla scelta delle fondamenta è l'errore più grande che un uomo possa fare. Pensate, tanti anni di lavoro, tanti sforzi, giorni e giorni sotto il sole e sotto la pioggia, progetti e poi, finalmente, il campanile sembrava fatto. Si saranno rallegrati avranno fatto festa, si saranno compiaciuti: “ecco una magnifica opera che durerà nel tempo”.
No! Tutto è crollato.
Ah per il campanile si è potuto porre rimedio ma per l'uomo? Per chi ha scelto di condurre la propria vita senza Cristo che cosa avverrà? La risposta la troviamo nel versetto successivo: “la rovina di quella casa è stata grande” v.49.
Non affidate la vostra vita ai consigli degli altri. Non siate attratti dall'apparente successo di alcuni. Apparentemente, molti, sembrano “costruire” bene, con del risultato, ma le loro fondamenta non sono durevoli. Il Signore, prima di questi versetti aveva detto: “Può un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso?” v.39.
Queste parole erano riferite ai conduttori del popolo d'Israele; essi non potevano evitare il fosso sulla loro strada. Alla fine del cammino di ogni uomo si trova una “fossa”, se non riceve Cristo, se i suoi occhi non vengono aperti per vedere dove finisce il proprio cammino, allora, cadrà nella “fossa” e la sua rovina sarà grande.

Chi può comprendere?

Poiché anche il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire, e per donare la sua vita come prezzo di riscatto per molti” Marco 10:45.
Nella storia dell’umanità non era mai esistito alcun uomo che avesse vissuto senza peccato e perciò, nessuno era in grado di compiere l’espiazione come sostituto. Dio aveva solo una possibilità: Gesù Cristo, Suo Figlio, che dovette farsi uomo, per morire come sostituto al fine di espiare i peccati dell’umanità, perché Dio potesse offrire la sua grazia e il suo perdono a causa di quel sacrificio.
E' interessante notare, nell'Antico Testamento, quanto è riportato riguardo alla colomba (figura dello S. Santo): “La colomba non trovò dove posare la pianta del suo piede e tornò... nell'arca” Genesi 8:9.
Giovanni rese testimonianza, dicendo: Ho visto lo Spirito scendere dal cielo come una colomba e fermarsi su di lui”. Giovanni 1:32.
Finalmente lo Spirito Santo, aveva trovato un luogo dove posare i piedi e fermarsi.
Cristo, la nostra arca di salvezza.
Il significato più profondo della croce sul Golgota, però, rimase velato all’osservatore superficiale, infatti, quando all’improvviso, e in pieno giorno, ci fu un inaspettato oscuramento del sole, che gettò il paese nelle tenebre, l’odio degli uomini passò subito in secondo piano. Nessuno tra la folla sospettò qualcosa di quel che stava accadendo nell’oscurità.
Mentre i romani probabilmente correvano in fretta a Gerusalemme per cercare delle torce, onde poter fare provvisoriamente luce sulla scena, il Dio giusto regolò i conti con il Signore Gesù crocifisso al nostro posto per i nostri peccati.
In quella totale oscurità, era ormai giunto il momento. Nelle tenebre assolute e nel più completo abbandono, Dio fece i conti con Gesù Cristo, per risolvere il problema fondamentale, fra Dio e gli uomini: il peccato. E il Figlio di Dio, che disse di essere la «vita eterna», morì per saldare il conto dei nostri peccati.
Non morì a causa delle torture inflitte dagli uomini. Morì perché volle pagare il prezzo del nostro riscatto. E a tal fine dovette essere sparso il sangue di un innocente. Non c’era alcun’altra possibilità di salvezza.
Mentre la moltitudine, turbata dall’oscurità e dal modo strano in cui il Signore Gesù morì, si disperse piuttosto silenziosa e mossa da un sentimento indefinito circa il fatto che qualcosa d’incomprensibile era successo lì sulla croce, la natura si rivoltò. La Bibbia dice che le rocce di Gerusalemme si spezzarono e che la terra tremò. Nel tempio inoltre, il prezioso e pesante velo, posto davanti al luogo santissimo, si squarciò in maniera inconsueta. Chissà quante persone si saranno interrogate riguardo a ciò che stava accadendo?
E molte domande sorgono ancora oggi riguardo alla croce.
Com’è possibile che Gesù Cristo, il Figlio di Dio, possa essere stato abbandonato da Dio?
Si racconta che Johan Sebastian Bach quando stava componendo la Passione tratta dal vangelo di Matteo, essendo giunto all’episodio della crocifissione esclamò profondamente commosso: «Dio abbandonato da Dio – chi potrà mai comprenderlo?»
Sul Golgota, il Figlio di Dio si mise davanti all’umanità colpevole, per ricevere lui stesso la giusta sentenza di morte da parte di Dio, offrendo la sua vita per coloro che lo odiavano e volevano disfarsi di lui. Volgendo lo sguardo verso la folla inferocita che gridava: Crocifiggilo, crocifiggilo, il Signore osservò i volti e lesse nei loro cuori, vi vide tutto il loro e il nostro smarrimento e la loro e la nostra ignoranza. Eravamo come pecore senza pastore e Lui era venuto a raccoglierci e ha dare la sua vita per noi.
La luce doveva risplendere affinché le tenebre della nostra mente e dei nostri cuori fossero disperse.

Preoccuparsi

Perciò vi dico: non siate in ansia per la vostra vita, di che cosa mangerete o di che cosa berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito?” Matteo 6:25.
Questo avvertimento è uno di quelli che faremo bene a rileggere con attenzione ogni mattina. Sarebbe necessario fare un quadretto da porre in un luogo ben in vista, sopra il frigorifero o magari sulla parete centrale del nostro salotto.
Le preoccupazioni di questo mondo, l'inganno della ricchezza e la brama di possedere sempre di più, si infiltrano nel nostro io e cercano di soffocare ciò che Dio mette in noi. Non siamo mai al riparo dalle ricorrenti ondate di questa intrusione; essa sarà per il cibo e il vestiario, sarà per il denaro e la mancanza di denaro; oppure sopraggiunge per la via di circostanze particolarmente difficili. Ma in ogni caso si tratterà di un'infiltrazione lenta e continua, che diverrà una vera e propria inondazione se non permettiamo allo Spirito di costruire una diga.
Facciamo attenzione di non cadere nella tentazione di pensare che Dio non capisca le nostre circostanze particolari. Egli le conosce meglio di noi e ci insegna a non dare a queste cose più valore di quello che hanno, così da farle diventare il pensiero dominante della nostra vita.
Basta a ciascun giorno il suo affanno” (v.34).
Quali affanni supplementari hanno cominciato a minacciarci oggi?

Insegnare

Poi tutta l'assemblea si alzò e lo condussero da Pilato. E cominciarono ad accusarlo… (Lc.23:1-2).
Una riflessione si pone in questo momento, visto il testo sopra citato, quella cioè che se pur abbiamo la Parola di Dio fra le mani corriamo il rischio, se non la trattiamo con cura prendendo da essa ciò che realmente ci vuole trasmettere, di farle dire cose realmente fuori senso.
La scrittura ci deve condurre a Cristo (Gv.5:39), tutta la Bibbia presenta la persona del Signore e dell'opera che egli avrebbe compiuto. Il nostro dovere è di attenerci strettamente ad essa (Ti.1:9), senza travisarne il contenuto come purtroppo molti nel passato hanno fatto e tuttora continuano a fare(2Pi.3:16).
L'indicazione di seguire con scrupolo la scrittura è per il nostro bene, poiché da questo ne scaturiranno benedizioni sovrabbondanti che si riverseranno sulle nostre vite. Un po’ come un padre cerca di insegnare ai propri figli ad ascoltarlo e ad ubbidire alle sue indicazioni, così Dio come Padre ci ha dato la sua parola affinché andando non oltre ciò che sta scritto (1Co.4:6), possiamo imparare ad ascoltare la sua voce ed a mettere in pratica le sue indicazioni che ci sono state date per il nostro bene.

Innanzitutto il Signore Gesù ci esorta se non lo abbiamo fatto a porre la nostra fiducia in Lui, vale a dire nel Suo sacrificio compiuto alla croce deponendo così ai suoi piedi la nostra vita di peccatori confessandogli tutto ciò che di sbagliato abbiamo commesso. Ricevendo così il suo perdono ed una nuova vita garantita dal fatto che egli è risuscitato dai morti per non morire mai più. Il nostro Signore vive ed anche tu vivrai con lui per l’eternità se lo accogli nella tua vita con tutto il tuo cuore. Dopo il Signore ci esorta a prendere ciascuno la propria croce e seguirlo, iniziando così un cammino di fede assieme a tutti coloro che gli appartengono, impegnandosi come Suoi seguaci con l’aiuto che Egli ci darà ad onorarlo e servirlo in questo mondo divenendo col tempo strumenti di salvezza per tutti coloro ai quali Egli ci manderà (Lc.8:39/At.1:8).

Sostituzione

Il concetto di sostituzione si centra sul fatto che una persona prende il posto di un'altra, specialmente nel caso di un castigo, in modo da evitarglielo. È un'azione di grande misericordia e amore riconosciuta a livello universale. Il primo caso di “sostituzione” lo troviamo in Genesi 22 dove Dio provvede un sacrificio “sostitutivo” al posto del figlio di Abramo.
L'Antico testamento è pieno di queste figure. Ma che cosa significavano questi sacrifici? Ed avevano un significato sostitutivo? Essi venivano offerti in varie circostanze e potevano essere associati ad esempio alla riconoscenza ma nella maggior parte dei casi avevano un carattere sostitutivo e questi sacrifici portano in sé delle importanti lezioni. Vorrei trarre delle linee guida esaminando questo passo:
Poiché la vita della carne è nel sangue. Per questo vi ho ordinato di porlo sull'altare per fare l'espiazione per le vostre persone; perché il sangue è quello che fa l'espiazione, per mezzo della vita” Levitico 17:11. In questo versetto ci sono tre importanti affermazioni sul sangue della vittima sparso.
La prima: esso è il simbolo della vita. Il concetto secondo il quale “il sangue è la vita” sembra molto antico; risale addirittura ai tempi di Noè, al quale Dio proibì di mangiare carne che contenesse ancora “il sangue con la vita” (Genesi 9:4). L'accento non era posto sul sangue che scorre nelle vene, simbolo della vita in atto, ma sul sangue versato, simbolo della vita che cessava, di solito con mezzi violenti.
La seconda affermazione è che il sangue fa l'espiazione. È solo perché “la vita della carne è nel sangue” che “il sangue è quello che fa l'espiazione” per la vita. Una vita è persa; un'altra vita è sacrificata in vece sua. Ciò che fa l'espiazione sull'altare è il versamento sostitutivo del sangue della vita. Vita era data per vita, la vita della vittima per la vita dell'offerente. La vita di una vittima innocente per la vita dell'offerente peccatore.
La terza affermazione dice che il sangue era dato dietro volontà di Dio come scopo espiatorio. “Per questo vi ho ordinato di porlo sull'altare per l'espiazione delle vostre persone”. Certo il sacrificio di sangue dell'Antico Testamento erano solo ombre e figure; la sostanza era Cristo. La Pasqua ricordava chiaramente ad Israele questo. Il sangue dell'agnello, vittima innocente, sacrificato affinché il giudizio passasse oltre.

Benvenuto

Saulo, sempre spirante minacce e stragi” Atti 9:1.
Ciò che colpisce dalla lettura di questo passo è la grazia sovrana di Dio. Il Signore dirà a Saulo: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Ti è duro ricalcitrare contro il pungolo” (Atti 26:14), paragonandolo ad un torello ribelle che deve essere riportato alla ragione.
Che cosa è questo pungolo?
La testimonianza di Stefano, le voci persistenti della risurrezione del Signore, la sua stessa coscienza e le innumerevoli vie che Dio usa per toccare i nostri cuori.
Pensiamo che Saulo sia stato un caso isolato? Si, certo la sua mente era ottenebrata dai pregiudizi, era palesemente un ribelle ma pensate che la condizione del resto dell'umanità sia diversa?
“Dio ha vivificato anche voi, voi che eravate morti nelle vostre colpe e nei vostri peccati, ai quali un tempo vi abbandonaste seguendo l'andazzo di questo mondo, seguendo il principe della potenza dell'aria, di quello spirito che opera oggi negli uomini ribelliEfesini 2:1-2.
No! Ognuno di noi è per sua natura un ribelle ma, per sua natura, Dio è un Dio di grazia e di misericordia ed è questa la grande e buona notizia per tutti gli uomini. Ed avviene una cosa straordinaria che può essere vera per ogni uomo: Di lì a pochi giorni Saulo diventerà un cristiano convertito e battezzato.
È meraviglioso vedere la trasformazione che avvenne in lui, specialmente nei rapporti con i cristiani e con le chiese. Anania lo visitò, gli impose le mani e lo chiamò: “Fratello Saulo” Atti 9:17.
Non possiamo fare a meno di commuoverci a queste parole; devono essere sembrate musica per le orecchie di Saulo.
Che cosa? Il nemico numero uno della chiesa viene ricevuto come fratello? Sì! Perciò si alzò e fu battezzato nella comunità cristiana. Circa tre anni dopo a Gerusalemme i discepoli erano piuttosto scettici su questa conversione e fu Barnaba che lo presentò agli apostoli. Grazie a Dio per Anania a Damasco e per Barnaba a Gerusalemme; se non fosse stato per il benvenuto che loro diedero a Saulo, il corso della storia della chiesa sarebbe stato diverso.

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