domanda e risposte
Risposte su argomenti Biblici
Domanda? In 2 Cronache (20:35-37) leggiamo che il pio re
Giosafat fece alleanza con l'empio re d'Israele per farsi costruire delle navi
che andassero a Tarsis. È scritto che quelle navi, che poi affondarono tutte,
vennero costruite ad Etsion-Gheber. Che lezione possiamo trarre da questo
racconto?
Risposta! Consideriamo prima i fatti. Le navi erano degli strumenti
importantissimi per il commercio. Etsion-Gheber era un porto a nord di un
braccio del Mar Rosso; lì venivano costruite e di lì partivano. Tarsis era una
regione lontana da cui si importavano animale, materiale e oggetti rari e
preziosi. L'espressione «navi di Tarsis» sembra che designasse, a quell'epoca,
delle grandi imbarcazioni adatte ai lunghi viaggi e a pesanti carichi (vedere
Isaia 2:16; Salmo 48:7; Ezechiele 27:25). Tutto ciò rappresenta
l'attività incessante del mondo alla ricerca di ricchezza, di gloria, di
soddisfazione dei propri piaceri.
Giosafat, re di Giuda, si allea qui con Achazia, re d'Israele, per
un'impresa commerciale, come aveva già fatto, qualche tempo prima, per
un'impresa bellica, la guerra contro i Siri. In quella guerra, se Dio non fosse
miracolosamente intervenuto, Giosafat avrebbe pagato con la vita la sua
alleanza con Achazia. Giosafat era un uomo di Dio e Achazia un empio che non
serviva Dio. La prima alleanza era già stata un errore, ed ora Giosafat ricade
nel medesimo peccato. Il profeta mandato da Dio lo riprende e la flotta è
distrutta in una tempesta. L'Eterno ferma così, fin dal suo nascere,
un'impressa che non sarebbe stata per la sua gloria. Giosafat capì la lezione. Lo
vediamo in (1 Re 22:50) dove
è scritto: «Allora Achazia, figlio di Acab, disse a Giosafat: Lascia che i miei
servi vadano coi servi tuoi sulle navi! Ma Giosafat non volle».
L'insegnamento che la Parola ci dà è evidente: il fedele non deve
associarsi con gli increduli, non deve fare società né alleanza col mondo. «Non
vi mettete con gli infedeli sotto un giogo che non è per voi… Separatevene,
dice il Signore»! (2 Corinzi 6:14-17).
Che ognuno di noi comprenda il valore di queste parole!
isposte su argomenti biblici
Domanda: Sono rimasto molto sorpreso nell'apprendere la spiegazione del (v.11) di Efesini 4 circa gli
apostoli e i profeti che voi dite che ci sono più. Vi prego di volermi dare
chiarimenti in merito, s'intende biblicamente. Inoltre vorrei chiarimenti circa
i miracoli, perché chi vi scrive ha ricevuto dal Signore Gesù Cristo qualcosa
che nessun altro avrebbe potuto dare in seguito ad una mia preghiera a Lui
rivolta.
Risposta: Sono apostoli i servitori del Signore mandati con una missione da
compiere, un servizio speciale. Ci sono sempre stati e ci sono anche oggi. In
(Atti 14:14) non solo Paolo ma anche Barnaba è chiamato apostolo; in (Romani 16:7) Andronico e Giunio
«sono segnalati fra gli apostoli»; in (1 Tessalonicesi 2:6) «apostoli di Cristo»
sono Paolo Silvano e Timoteo; in (2 Corinzi 8:23), dove parla dei nostri
fratelli che sono gli «inviati delle chiese», il termine «inviati» è, nel testo
originale, «apostoli».
Però, da tanti altri passi del nuovo Testamento, desumiamo che il
termine apostolo è usato prevalentemente per designare gli apostoli di Cristo,
i discepoli del Signore, e Paolo che si fregia a pieno diritto di questo titolo
in questo titolo in quanto fu «chiamato ad essere apostolo per volontà di Dio»
(1 Corinzi 1:1), «vide» anche lui il
Signore (1 Corinzi 9:1) e manifestò tutti «i
segni dell'apostolo» nella sua vita e nella sua missione. Dal fatto che questo
titolo gli fosse così pesantemente contestato, dal modo con cui fu costretto a
difendere il suo apostolato e dall'allusione ch'egli stesso fa agli apostoli di
Gesù, si comprende che non tutti i credenti mandati ad evangelizzare potevano
dirsi apostoli né pretendere di essere riconosciuti tali. Gli apostoli di
Cristo che lo seguirono negli anni del suo ministero, che furono i testimoni
della sua risurrezione ed ebbero l'incarico di portare nel mondo questa
testimonianza e porre (insieme a Paolo) i fondamenti del Cristianesimo, alla
loro morte non furono rimpiazzati e la loro autorità speciale non si trasmise
ad altri essendosi con loro conclusa la rivelazione dei pensieri di Dio
racchiusa nel Nuovo Testamento (vedere 2 Pietro 1:13-15 e anche atti 20:29-32) dove Paolo parla di
sorveglianti e non di nuovi apostoli, né lui ne istituisce dei nuovi.
Per quanto riguarda i profeti senz'altro ci sono ancora oggi se ci
riferiamo, e ci sembra giusto, a quei credenti che hanno un dono di «profezia»,
che parlano «un linguaggio di edificazione, di esortazione e di consolazione»
(1 Corinzi 14:3). L'autore del
commentario faceva certamente allusione a quelli dell'inizio che hanno, insieme
agli apostoli, messo il fondamento (Efesini 2:20). Ma certo, dire che
apostoli e profeti non ci sono più è inesatto.
I miracoli il Signore li fa ancora, eccome! Chi è quel credente che
può dire che il Signore non ha fatto e non fa miracoli nella sua vita? È appena
uscito un bel libro scritto da un fratello missionario (IO MANDO VOI di Corneil
Bruins. Edizioni Il Messaggero Cristiano) nel quale l'autore racconta i
miracoli straordinari che il Signore ha fatto per lui; è molto edificante e ci
auguriamo che abbia la diffusione che merita. Quello che riteniamo che non sia
più così frequente come all'inizio è il «dono di fare miracoli» che aveva una
grande importanza ai primordi del Cristianesimo per accreditare l'Evangelo,
specialmente fra i Giudei («I Giudei chiedono dei miracoli» 1 Corinzi 1:22). Oggi vi sono molti
cristiani evangelici, uomini e donne, che pretendono di avere e di esercitare
questo dono (specialmente per le guarigioni) ma abbiamo validi motivi per
ritenere che in molti casi esso non sia autentico.
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